| Benvenuti sul forum di Tractorum.it Il Forum dell'agromeccanica e agrotecnica Il luogo ideale per discutere, scambiare opinioni su ogni aspetto di agrotecnica e agromeccanica! | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| |||||||
| Registrazione | Mercatino - Annunci | Galleria | Galleria Video | FAQ | Lista utenti | Calendario | Cerca | Messaggi odierni | Segna i forum come letti |
![]() |
| | LinkBack | Strumenti della discussione | Modalità di visualizzazione |
| | #1 (permalink) | |||||
| Collaboratore
| Alcune timide, umili, personali, sintetiche considerazioni sul mercato dei cereali Lo scopo, o per lo meno l’intento, di quanto vado a scrivere è dare alcune indicazioni su come funzioni a livello globale il mercato dei cerali, il perché della volatilità dei prezzi ed alcune personali considerazioni e perché no consigli. Va detto subito come ci si focalizzerà quasi esclusivamente sul frumento, sia duro che tenero. Nell’attuale situazione, la quasi totalità degli agricoltori lamenta prezzi non sufficientemente redditizi, è giusto a mio avviso andare oltre: mettere i più, nelle condizioni di capire cosa stia succedendo e perché. Ben lontano dal mio obiettivo è indicare norme e strategie per stravolgere la condizione di scarsa/mancata redditività, piuttosto che indicarvi come arricchirvi con i cereali. Sarò sufficientemente contento, e già l’obiettivo è ambizioso, se qualche lettore una volta finita la trattazione, affronterà con meno superficialità l’argomento qualora vi si trovi a discuterne. Vogliano scusarmi sin da ora, eventuali lettori molto più preparati in materia, per non voluti errori o discrepanze e soprattutto per lo scorretto uso di molti termini tecnici. Sono ovviamente ben accettate correzioni ed integrazioni del caso. _________________________ Commodity e futures Chi fosse dotato di grande intuito e forte capacità di leggere sotto le righe, la seguente frase risparmierebbe fiumi di parole e mari d’inchiostro: “commodity prices are global, but production costs are local” . Così nel 1998 Steven C. Blank, coniò questa brillante frase, tanto da essere comprensibile pure ai non anglofoni. In ogni caso, questa è la traduzione: “il prezzo delle commodity è globale, ma il costo di produzione locale”. Ma cosa sono le commodity ? Termine inglese, non letteralmente traducibile, ormai entrato a far parte del vocabolario italiano, indica una categoria di materie prime, globalmente producibili e dalle caratteristiche standard. Le commodity sono stoccabili e non devono deteriorarsi col tempo, possono e sono vendute senza nessun valore aggiunto che non sia il mero trasporto e stoccaggio. Rientrano in questo settore economico anche parecchi prodotti agricoli, tra cui i principali cereali, ed alcune materie prime come ferro, rame, petrolio. Va da se come salvo particolari caratteristiche, canali di commercializzazioni, nicchie di mercato ecc, tutta la produzione italiana possa essere, ovviamente, considerata una commodity. Come vengono commercializzate le commodity ? Essendo prodotti soggetti a scambi commerciali a livello mondiale, si è resa necessaria l’introduzione di alcuni strumenti finanziari atti a standardizzare il tutto: principalmente si ricorre ai futures. Cosa sono i futures ? Sicuramente il temine non è nuovo e capita spesso di sentirli nominare, specie negli ultimi tempi caratterizzati da una vivace attività finanziaria. I futures sono contratti a termine, dove per quest’ultimi s’intendono prodotti finanziari dove due controparti s’impegnano a scambiarsi una determinato bene ad una data prefissata. Detto in altri termini i due operatori economici si accordano per scambiarsi una certa quantità di bene ad un determinata data. Nella stragrande maggioranza dei casi questo effettivo conferimento del bene, la reale consegna, non avviene (per il 98% dei casi la posizione si chiude prendendone una opposta sul mercato). Quello che accade è un vero e proprio mercato, con tanto di specifiche borse, dei contratti futures, i quali diventano uno strumento d’investimento o speculativo. Esempio: nel caso un’investitore creda che una determinata commodity cresca di prezzo comprerà il relativo future, mentre in caso contrario venderà quelli già in suo possesso. Questo, semplificando estremamente, è quello che in gergo si definisce essere in posizione long o short. Volendo dare una visone globale della cosa, è possibile affermare questo: i cereali (a dire il vero solo il f.tenero, e non il duro, è una commodity) sono soggetti ad un mercato che risulta essere globale; un mercato dove entrano in gioco fattori speculativi ove il prezzo viene definito da scambi commerciali telematici da ogni parte del mondo; il prezzo diventa, o tende ad essere, standard come la definizione stessa delle commodity; i fenomeni locali difficilmente possono influenzare l’andamento generale del settore. Questo nel bene e nel male. Come si approccia l’Italia Diversi sono gli aspetti caratteristici della situazione italiana, alcuni dei quali, responsabili della scarsa rimuneratività dei cereali. Cos'è responsabile dello scarso potere del mercato cerealicolo italiano ? - Scarsa affidabilità dei prezzi: volatilità. - Prezzi di mercato inadatti a sostenere l’attività produttiva. - Mancato riconoscimento in termini economici della qualità del prodotto. - Rilevanza in termini quantitativi ridotta. La volatilità dei prezzi Sebbene un approccio banale ponga al primo posto nella classifica delle problematiche il basso prezzo dei cereali, è invece la volatilità degli stessi ad destare di maggior preoccupazione. Per volatilità s’intende infatti un’oscillare repentino su base temporale, del prezzo di un prodotto. Questo impedisce di programmare interventi e strategie produttive, oltre a destinare l’esito della commercializzazione dei prodotti, alla casualità. Ovviamente in ogni mercato che si rispetti, nessuno può prevedere con precisione l’andamento dei mercati, sarebbe il sogno di ogni investitore. Chi segue il prezzo del frumento sulle diverse borse italiane, non ha potute fare a meno di notare un’accentuata volatilità nelle ultime campagne. Questo non può che destare preoccupazione nei produttori, trovandosi anche nella posizione, diversamente da altri settori, di dover programmare con un discreto anticipo le proprie scelte colturali ed investimenti. ![]() Com’è possibile vedere dal grafico, e come sicuramente molti ricorderanno, il 2008 si è caratterizzato per una rapida ascesa dei prezzi del frumento, registrando valori da record, successivamente mai più registrati. Come si sa, quell’incremento di prezzi è stato dovuto a scarse produzioni su molte aree del mondo. Cosa provoca volatilità ? Essenzialmente i motivi in cui ricercarne la causa sono i seguenti: - Non esiste commodity priva di oscillazioni del prezzo, i contratti futures sono oggetto di speculazione ed in tutti i mercati questi sono fenomeni non frequenti, ma ricorrenti. - Il progressivo passaggio da agricolture estensive ad intensive, aumenta la probabilità che fenomeni atmosferici o altre congetture possano interferire pesantemente con la produzione totale di vaste aree se non Paesi interi. - In opposto al punto di cui sopra, vi sono anche molte realtà dove si è deciso di abbassare per quanto più possibile l’imput produttivo, a fronte dei bassi prezzi. Questo in annate particolari non può che essere origine di oscillazioni nelle produzioni totali e nella qualità. - La spinta inflazionistica non esenta neppure il mercato delle commodity agricole. - La pluralità dell’offerta viene sempre più a mancare. Essendo l’intero commercio in mano a pochi operatori economici, si è costretti a subire repentini cambiamenti di prezzi nel giro di poche ore. - Specialmente a livello italiano, la mancata presenza di strutture adatte a stoccare ingenti quantitativi di prodotti (centinaia di migliaia di tonnellate), comporta la mancata possibilità di acquistare grossi quantitativi a prezzi ragionevoli e utilizzare queste scorte nei momenti di prezzi alti. Prezzi di mercato inadatti a sostenere l’attività produttiva Scontenterò i più, ma questo punto può e deve essere liquidato con estrema brevità. Il mercato fa i prezzi del prodotto, non il prodotto. Dal momento in cui si produce un bene standard e facilmente reperibile altrove, il prezzo viene stabilito, al netto di seppur importanti attività speculative, dall’incontro tra domanda ed offerta. Occorre prendere atto dell’attuale range entro cui graviterà il prezzo dei cereali, ed accettare con serenità come i picchi registrati nel 2008 saranno destinati a ripetersi, ma solo con la stessa probabilità e frequenza che contraddistinguono le anomalie. Qualora si voglia puntare su mercati più ristretti, ad esempio il grano duro di qualità, questo non deve legittimare ad esimersi dalle leggi di mercato. Nel caso in cui pure queste eccellenze non trovino riscontri in prezzi adeguati, nuovamente la colpa è di chi si ostina a produrre fuori mercato e non nel mercato stesso, né nella domanda. ![]() Mancato riconoscimento in termini economici della qualità del prodotto Relativo al punto di cui sopra, è bene fare alcune precisazioni. Se da un punto di vista etico i produttori fossero interessati a produrre qualità, nessuno potrebbe biasimarli. Salvo il caso in cui questa presunta qualità non fosse corrisposta in termini economici e gli stessi accusassero il mercato delle loro vicissitudini. Correndo il rischio di ripetermi, è bene ricordare come: se non si è certi di avere una domanda sensibile al prodotto di qualità, è bene rivalutare le proprie scelte. Ad ora salvo casi di nicchia, e come tali in essi non possono rientrare tutti i produttori, non c’è molta sensibilità in questo senso. La grande maggioranza dell’industria molitoria italiana ancora non mi pare si sia espressa concretamente. Fino ad allora protestare dietro alla facciata della qualità risulta, a mio avviso, una lotta contro i mulini a vento. Va aggiunto dell’altro: nel caso si volesse competere a livello internazionale nel conferire non solo prodotto di qualità, ma pure prodotto standard (commodity) è essenziale, senza esclusione alcuna, l’uniformità e la quantità dei lotti da trattare. Strutturalmente la rete italiana è oggi incapace di fornire quantitativi (che partono da alcune decine di migliaia di tonnellate) importanti e omogenei in termini qualitativi. Specie in modo continuativo. Rilevanza in termini quantitativi ridotta Come si è già detto l’incapacità di essere presenti e disponibili sul mercato con quantitativi importanti, omogenei e continuativi nel tempo, è uno dei più grossi handicap del settore cerealicolo italiano. Questa comporta poca appetibilità nei confronto dei compratori internazionali e obbliga a passaggi intermedi, trader, con significative ripercussioni sul ricavo finale. L’eccessiva frammentazione dei conferimenti e dei centri di stoccaggio risulta estranea a quella logica di mercato, globale appunto, dove irrimediabilmente si è costretti ad operare. Ne consegue un’attività spesso passiva e di pressoché nullo potere decisionale. A questo va aggiunto come spesso vi sia a distanza di una sola annata agraria notevoli differenze in termini di quantità prodotte e della relativa qualità. Di questo ne soffre maggiormente il sud Italia, dove le condizioni meteo spesso annullano la buona volontà dei produttori. Su quest’ultima però, non è possibile soprassedere: troppo spesso infatti scarse competenze e professionalità sono le cause dell’altalenante media produttiva/qualitativa italiana. Questo che piaccia oppure no, è parte integrante degli handicap di cui soffre il settore cerealicolo Italiano. A questo va aggiunto il diffuso malcostume della maggioranza degli agricoltori: reputarsi in grado di capire e conoscere il mercato. (vi sfido a reperire un grafico con un minimo di storico, indicante i prezzi dei cereali) Il mercato è mondiale e le dinamiche locali sono una componente pressoché ininfluente. Se si è in grado, o ci si reputa tali, di prevedere il mercato, l’agricoltore è liberissimo di scegliere come e quando vendere il proprio prodotto, salvo poi assumersene ogni responsabilità. Diversamente sarebbe il momento di delegare o per lo meno farsi assistere dall’operatore del caso, sia esso centro di stoccaggio, operativa, cap ecc. Ricollegandosi ai punti precedenti, si consentirebbe così di colmare, seppur in parte, il gap “dimensionale” del comparto italiano, permettendo una gestione più vicina alle modalità globali della commercializzazione dei cerali. __________________ Ho concluso, a vol la parola ed i commenti, integrazioni, correzioni, domande, offese e minacce. __________________ Riferimenti: http://www.agricoltura24.com/grano-t...ta/p_1485.html http://www.agricoltura24.com/grano-d...ta/p_1483.html Ultima modifica di Mapomac : 31-05-10 a 21: 38. | |||||
| | |
Pubblicità | |
| | #2 (permalink) | |||||
| Utente Tractorum.it
| Dalle uniche due righe che hai sottolineato, si capisce che il mercato italiano per essere competitivo deve produrre ancora più quintali e di qualità omogenea, è giusto o mi manca qualcosa? oltre al fatto che questa quantità dovrebbe essere gestita anch'essa in maniera 'omogenea' diciamo...corretto? la domanda che mi viene - stupida quanto volete ma a quest'ora non mi viene di meglio in mente - è: come incentivare l'agricoltore/mercato italiano a produrre di più ( quindi estendere le superfici ? ) con un prezzo così basso? non è un cane che si morde la coda?
__________________ C'è una forza motrice più forte del vapore, dell'elettricità e dell'energia atomica...la fi*a. (A.Einstein) | |||||
| | |
| | #3 (permalink) | |||||
| Utente Tractorum.it
| Tutto questo discorso per giustificare i ladri che ci derubano? Scherzo!! Complimenti per il documento che hai prodotto. Credo sia l'economia virtuale,, quella che ha prodotto un sacco di problemi. E' chiaro che sono più avvantaggiati gli stati che trebbiano i terreni con 5 o 10 trebbie affiancate, e l'Italia non è tra questi. Sul fatto che il prodotto italiano non sia di qualità ho dubbi, sarebbe interessante un confronto con stesse sementi e sesse lavorazioni. Da quando ha chiuso un pastificio della mia zona la pasta industriale è sicuramente inferiore, cosa mischiano? L'aver dato via libera al mercato, che sta smantellando la nostra agricoltura, provocherà speculazioni continue (rapine) a danno dei consumatori, perché non ci saranno alternative di mercato, ma monopolio. L'Italia è un paese di furbi (specie se oltre a fare gli imprenditori fanno anche politica), ancor più i manovratori mondiali delle merci. Con questo sistema il percolo saranno i poveri che saranno destinati ad aumentare. Non so quando potrebbe succedere, ma in futuro non sarà improbabile che gruppi di esseri umani si organizzano per assaltare i supermercati. Potremmo passare intere giornate ad analizzare strategie, ma il problema è quello, Quando un violino ha le corde accordate produce melodia, quando una corda va per i fatti suoi non c'è melodia ma c'è casino. Concludo dicendo: Ma al posto di accorpaci noi, non sarebbe meglio ridurre la dimensione dei colossi mondiali? Altrimenti un meccanismo per cui chi vuol competere con il mercato italiano deve avere un ingranaggio compatibile con le dimensioni dell'ingranaggio italiano? | |||||
| | |
| | #4 (permalink) | |||||||||
| Collaboratore
| Quote:
Di certo l'attuale organizzazione del comparto produttivo italiano, composto da superfici troppo ridotte e diffusa scarsa mentalità imprenditoriale, (con le dovute, numerose, eccezioni) mal si coniuga con l'esigenza di produrre quantità. Inutile e sciocco è nascondersi dietro ad un dito: la costituzione di lotti importanti, qualche decina di migliaia di tonnellate, in Italia è il risultato del conferimento di 100-200 agricoltori. In Usa anche di soli 4-5. Nel resto dell'Europa i numero sono simili e molto lontani da quelli italiani. Ritengo inoltre l'eccessivo ricorso ad una troppo variegata lista varietale, parte dei problemi di omogeneità di cui si parlava. Dati storici inerenti le produzioni e listino della borsa alla mano, non vedo perché in una stessa provincia si arrivino a contare anche 10-20 varietà diverse. Basta guardare il listino settimanale per vedere differenze di prezzo, anche sensibili, tra le diverse tipologie di frumento. Sia esso duro che tenero. Listino settimanale Borsa Merci Bologna Quote:
![]() Quote:
Ho detto che tra tanto prodotto di qualità, c'è chi approfittandone vuole spacciare per tale anche prodotto sicuramente mediocre se non peggio. Ribadendo come qualità (in base a cosa poi ?) non sia sinonimo di prezzo alto, perché c'è questa diffusa convinzione che il prodotto estero sia sempre pessimo ? Durante la campagna di trebbiatura, mi capita, e credo a tutti, di vedere ottimo prodotto, ma anche partite decisamente pessime. Credo nessuna zona d'Italia ne sia esente. Quote:
Ultima modifica di Mapomac : 22-12-09 a 15: 27. | |||||||||
| | |
| | #5 (permalink) | ||||
| Utente Tractorum.it
| Mi piace molto l'analisi introduttiva di questa discussione, credo, e non mi si accusi per questo di pessimismo cosmico o di prona rassegnazione, che, allo stato attuale, non vi siano alternative alla odierna situazione. Dico questo, proprio per rispondere all'invito iniziale di provare ad affrontare il problema cercando di avere una visione il più ampia possibile. Quindi, sebbene idealmente e diciamo pure ideologicamente sarei portato ad auspicare cambiamenti di sistema (economico, politico e culturale) anche aspri, sono però convinto che per sopravvivere, almeno in questa vita, si debba affrontare il mondo che viviamo in modo il più realistico possibile. La mia teoria è che la produzione di commodity e in special modo quelle alimentari e nella fattispecie i cereali, in italia sopravviva più per forza di inerzia che per una reale funzione di approvigionamento. Partendo dal presupposto che tutte o quasi le agricolture dei vari paesi del mondo sono in qualche modo legate alle politiche di sostegno messe in atto dai rispettivi governi, e che tutti i produttori agricoli del mondo debbono confrontarsi con un mercato che si esprime su scala globale si potrebbe pensare che siamo tutti nella stessa barca, in realtà a mio giudizio non è così perchè c'è chi sta già annegando (noi per esempio) e chi tutto sommato si trova ancora con i piedi asciutti. Cito un articolo apparso su TERRA E VITA n.26/2008 titolo: Solo due trattori per 1.400 ettari. Non ci troviamo in Romania o in qualche altra zona dove la tutela del lavoratore è qualcosa di sconosciuto, ma in America, in Illinois, un tale di nome Tracy Jones, gestisce 970 ha più 400 ha in conto terzi, ha un solo dipendente fisso e possiede "solo" un JD 8420 e un JD 8430. Tralasciando una serie di gustosi particolari descritti nell'articolo riporto alcuni dati sulla produttività. Testualmente [.....] In semina arriviamo a 22 acri l'ora, circa 7 in aratura e tra i 20 e i 30 acri nella preparazione del terreno. Tradotto in sistema metrico, equivalgono a 9 ettari l'ora in semina, circa 2,8 in aratura e tra gli 8 e i 12 ettari in lavorazione leggera.[....] Parliamo di produzioni orarie. Parliamo di ripartire i redditi delle lavorazioni (Tracy Jones è anche un allevatore)su una persona che ha un solo dipendente fisso più alcuni stagionali assunti nei periodi della raccolta. Anche ipotizzando rese inferiori, anche ipotizzando prezzi sempre in discesa, su questa scala il nostro amico americano otterrà comunque una sostenibilità che noi abbiamo dimenticato da un pezzo. MI chiedo e vi chiedo, ha ancora senso coltivare prodotti che sono replicabili (so che su questo molti non saranno d'accordo) in ogni parte del mondo? O piuttosto concentrarsi su quelle produzioni tipiche ed esclusive del nostro territorio? Scusate la prolissità, ma piove, mi tocca stare in casa e quindi......... ![]() P.S. Consiglierei la lettura, oltre che del sopracitato articolo ghiotto soprattutto per i johndeeresti ![]() anche del seguente volume Patel Raj, 2008, Feltrinelli | ||||
| | |
| | #6 (permalink) | ||||||
| Collaboratore
| Quote:
![]() Tutto quello che c'è scritto è sacrosanto, noi non possiamo competere col mercato globale, questo è evidente, però vista l'importanza dell'agricoltura in senso ambientale-occupazionale-economico-culturale-storico, tutti questi discorsi dovrebbero passare in secondo piano, perchè comunque ci DEVE essere agricoltura, magari in modi e forme diverse,ma ci deve essere indipendentemente dalle dinamiche globali. Senza contare che qualità a mio avviso non è da intendere solo con bontà della produzione, ma anche considerare se un prodotto è stato fatto con prodotti rispettosi dell'ambiente e soprattutto della salute umana, come accade qui da noi. Ultima modifica di albe 86 : 22-12-09 a 21: 40. | ||||||
| | |
| | #7 (permalink) |
| Socio Fondatore | Ottimo articolo mapomac! Davvero complimenti! Hai evidenziato per bene com'è la realtà italiana. Inutile piangersi addosso.... la realtà è questa e c'è poco da fare... anzi con l'allargamento alla ai paesi est-europei la situazione di certo non migliorerà.... pure anche per colture come il girasole. Quindi anche in Italia come avviene in natura ci sarà la selezione naturale che lenta e inesorabile pervaderà il territorio... infatti a questi prezzi l'unica via per andare avanti è quella di ridurre al minimo i costi di produzione pur mantenendo una buona qualità di produzione di grano e questo si può fare con:
Le semplici modifiche agli attuali ordinamenti colturali presenti in gran parte del areale cerealicolo italiano (soprattutto al centro sud) permetterà di ridurre i costi di produzione, avere una migliore qualità, e riuscire a tirare avanti. E' finita la pacchia della PAC anni 90 quando ci davano 1 milione ad ettaro e poi la gente seminava il grano con lo spandiconcime (così quando facevano le foto dal satellite per i controlli PAC si vedeva il grano) e poi manco lo andavano a raccogliere e si intascavano il milione ad ettaro.... E' ora di tornare a fare un agricoltura seria, cercando di ridurre i costi (dato che oggi esiste sia la tecnica che la tecnologia) ma mantenendo ottime qualità di produzione.... invece oggi cosa succede? Il grano costa poco? bene faccio il ringrano con il frangizzolle così risparmio l'aratura, e magari il 18-46 in presemina nemmeno ce lo butto tanto un po' di fosforo nel terreno c'è.... ecco chi in futuro continuerà ad attuare queste tecniche sarà destinato a chiudere grazie alla lenta e progressiva selezione naturale.... Tutto questo si scontra con la realtà Italiana fatta da una frammentazione di aziende fuori dal comune, la media dell'estensione delle aziende agricole italiane è ben sotto i 5 ettari, i cugini francesi sono a quasi 10 volte di più... è vero non ci possiamo fare nulla il nostro territorio è tanto bello come impervio ma è anche vero che l'eccessiva frammentazione delle aziende agricole, comporta grossi problemi quando si vuol parlare di grosse partite OMOGENEE di cereali, e in Italia è impossibile arrivare a questo. Perchè io posso impegnarmi al massimo e fare un grano con 84 di ps, 15 di proteine ecc, ma se poi tutti i miei vicini fanno un grano da 75 di ps e 11 di proteine quando si va all'ammasso si sa cosa succede....e addio filiera del grano di qualità ecc ecc Per cui per la cerealicoltura italiana saranno tempi grigi molto grigi, perchè o in un baleno tutti i cerealicoltori italiani si mettono a produrre grano di qualità, cosa impossibile per tutti i problemi sopracitati, oppure continueranno per molti anni ad arrivare le navi di grano canadese da 17-18 % di proteine....con cui i nostri pastai tagliano lo scadente grano italiano
__________________ Tractorum Staff |
| | |
| | #8 (permalink) | |||||
| Utente Tractorum.it
| @Mapomac "Ti ringrazio, i complimenti son sempre graditi. Ora sai di che morte morire..." Difatti ho pronta l'epigrafe per la lapide "Mentre un PIL straniero lo uccideva, nessuno l'ha difeso". Ricordiamoci che il prodotto straniero non serve ad abbassare il prezzo al consumatore, ma serve ad arricchire l'industriale. @ DjRudy .. Le terre si libereranno quando la generazione che le coltiva non sarà in grado di alzarsi dalla sedia, ma sperando che i figli abbiano trovato un lavoro altrove, altrimenti continueranno ad essere coltivati. In questo caso ci rimetterà solo l'industria dei macchinari agricoli, perché i guadagni non permetteranno all'agricoltore di acquistare macchine nuove. | |||||
| | |
| | #9 (permalink) | ||
| Socio Fondatore | Quote:
Ricordo che per avere una pasta discreta ci vuole un grano con almeno il 13 % di proteine.... e invece in molte parti d'Italia lo scorso anno si sono visti grani da 10-11 per di più strimiziti e bianconati (anche il colore conta per fare una pasta di qualità).... Prendi un grano che fa 11 di proteine, portalo al mulino, portati a casa la farina e poi prova a fare la pasta e mi dici cosa viene fuori... Non mi venire a dire che quest'anno in Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Lazio e certamente anche la Toscana non c'era grano da 10-11 di proteine....anzi la maggior parte del grano aveva queste caratteristiche.... Iniziamo tutti a produrre di più e meglio e vedrete che anche gli industriali ne compreranno meno all'estero... Infatti quest'anno la Barilla propone già ora questo tipo di contratto: 30 % della produzione aziendale prezzo garantito di 22 €, però chiaramente deve fare almeno 80 di peso specifico, 13 di proteine ecc Quindi se uno produce ad esempio 2000 q.li di grano, già oggi ne ha sicuri 700 a 22 euro (prezzo che sale addirittura a 28 euro per le regioni del Sud che coltivano una particolare varietà ad alto contenuto proteico di cui non ricordo il nome), saranno pochi, saranno tanti ma è sempre di più dei 16-17 euro attuali. E' chiaro però che per accettare un contratto del genere occorre poi saperlo fare un grano con quelle caratteristiche: quindi buone concimazioni, trattamenti fungicidi, non sul ringrano ecc.... invece gli agricoltori che fanno? Continuano a fare le porcate, vendono il grano di scarsa qualità a 16 euro e poi si lamentano che arrivano le navi dando sempre la colpa agli industriali o al governo (che per carità avranno anche loro responsabilità) ma di certo l'agricoltore che fa un grano del tubo non è esente da critiche/colpe per l'attuale situazione della cerealicoltura italiana. Infatti l'Italia non è fatta solo di produttori di qualità scarsa... prendiamo ad esempio le Marche, territorio quasi tutto collinare, terreni certamente di buona fertilità, ma la produzione media di grano nelle Marche è circa 40-45 q.li/ha, il doppio della media della Toscana (che ha condizioni pedoclimatiche simili se non addirittura più favorevoli) e di molte altre regioni del centro sud, per di più nelle Marche la qualità media del grano è ottima per cui i contratti con la Barilla loro li fanno già da anni, così come avviene anche nel Ravennate altra area dove gli agricoltori sanno fare gli agricoltori e da tempo hanno smesso di fare l'agricoltura da rapina drogata dalla stramaledetta PAC anni 90. Esitono poi realtà anche in Sicilia come dal Conte dove con il pane Dittaino o come cavolo si chiama un gruppo di agricoltori produce grano di ottima qualità, che permette di esportare il pane persino in Germania e in questo modo spuntare un prezzo del grano maggiore rispetto a quello di mercato. Quote:
__________________ Tractorum Staff Ultima modifica di DjRudy : 23-12-09 a 09: 19. | ||
| | |
| | #10 (permalink) | ||||
| Utente Tractorum.it
| Sarebbe interessante fare un conteggio il più completo e realistico possibile delle spese complessive per produrre un ettaro di grano duro, qualche tempo fa su una rivista di settore si parlava di circa 1.000 euro per ettaro, che a 22 euro per quintale fanno fanno circa 45 quintali che se ne vanno per produrre. Pur ammirando i tentativi di continuo miglioramento produttivo, continuo a non poter fare a meno di pensare che i nostri problemi di sopravvivenza sono simili a quelli di agricoltori che vivono e lavorano in situazioni molto diverse dalle nostre (in meglio) se noi puntiamo alle tecniche conservative lo faranno anche gli americani, i canadesi, in sudafrica, ecc. Cosa otterremo? grano di ottima qualità ma sempre più costoso di quello estero . Sbaglio? Forse ho una visione errata della situazione, ma ripeto cerchiamo di fare dei conti analitici dei costi di produzione, magari differenziandoli in 2 o 3 tipologie caratteristiche della nostra realtà agricola (pianura, collina, area geografica,.....). | ||||
| | |
![]() |
Pubblicità | |
| Strumenti della discussione | |
| Modalità di visualizzazione | |
| |