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Vecchio 02-12-08, 18: 58   #1 (permalink)
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Agricoltura Italiana: futuro incerto o ingiustificato pessimismo?

Situazione dell'Agricoltura Italiana.

in provincia di torino il "corn belt" e' la zona del basso pinerolese, intorno a vigone, li al di la dei pioppicoloti , nessuno o quasi , semina grano( a meno che uno sia obbligato a seminarlo dalla direttiva nitrati, perche non ha piu il bestiame per cui il loietto non sa cosa farsene);
con produzioni oltre i 145quintali x ettaro , secchi , in media , non c'e' coltura che porti a casa una PLV tale , anche a 13 euro al quintale, oltretutto quasi un terzo in secondo raccolto , con irrigazione a scorrimento , prelevando l'acqua dai canali , e comunque i pozzi son poco profondi , sotto ce un mare d'acqua nel vero senso della parola,

non parliamo di trinciati e di pastoni di pannocchia...

discoro diverso e' dove nn si irriga , allora li bisogna farsi 2 calcoli, ma sinceramente piu che 2 anni di fila grano non puoi fare, senno quanto concime vai a mettere sotto?

BASA , noi nn siamo lontani geograficamente, e il problema del grano e' anche un altro , siamo vicini alla francia , da dove ne arriva veramente molto e anche di buona qualita molitoria , e soprattuto uniforme . dal primo vagone del 3 gennaio , fino all'ultimo del 30 dicembre .
chi in italia riuscirbbe a garantire a mulini che ne macinano mille o duemila quintali al giorno , delle
partite tali?

Ultima modifica di Filippo B : 06-12-08 a 21: 11. Motivo: creato un nuovo argomento
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Vecchio 02-12-08, 19: 04   #2 (permalink)
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siamo vicini alla francia , da dove ne arriva veramente molto e anche di buona qualita molitoria , e soprattuto uniforme . dal primo vagone del 3 gennaio , fino all'ultimo del 30 dicembre .
chi in italia riuscirbbe a garantire a mulini che ne macinano mille o duemila quintali al giorno , delle
partite tali?
Parole sante ! Alla luce di ciò, e mi fa piacere che qualcuno lo dica con obiettività, quali sono le nostre prospettive future ? Ha senso continuare a gridare "al lupo - al lupo" ? Oppure sarebbe più sensato prenderne atto e capire che certe aziende hanno i giorni contati ?
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Vecchio 04-12-08, 21: 48   #3 (permalink)
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Parole sante ! Alla luce di ciò, e mi fa piacere che qualcuno lo dica con obiettività, quali sono le nostre prospettive future ? Ha senso continuare a gridare \"al lupo - al lupo\" ? Oppure sarebbe più sensato prenderne atto e capire che certe aziende hanno i giorni contati ?
Mapomac io non ti capisco, dai tuoi post (questo non ne è l'unico esempio) sembra quasi che trovi godimento a constatare che la nostra agricoltura è destinata a morire, perchè qui non si parla di solo quelle aziende da 2 ha si seminativi di Sau, ma si parla di una crisi globale della nostra agricoltura che non rischia di coinvolgere solo alcune realtà marginali, ma il cuore della NOSTRA agricoltura. Tutto qui, chiedo scusa per lo sfogo, che non sarebbe degno di un collaboratore.
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Vecchio 04-12-08, 21: 59   #4 (permalink)
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Mapomac io non ti capisco, dai tuoi post (questo non ne è l'unico esempio) sembra quasi che trovi godimento a constatare che la nostra agricoltura è destinata a morire, perchè qui non si parla di solo quelle aziende da 2 ha si seminativi di Sau, ma si parla di una crisi globale della nostra agricoltura che non rischia di coinvolgere solo alcune realtà marginali, ma il cuore della NOSTRA agricoltura. Tutto qui, chiedo scusa per lo sfogo, che non sarebbe degno di un collaboratore.
Non fraintendermi te ne prego. Capisci che nonostante il vocabolario della lingua italiana, sia ampio, non può sopperire a chi non riesce a legare le parole per formare esattamente quello che è il suo pensiero. Pertanto devo evidentemente aver dato un messaggio diverso dalle mie aspettative.

Il fatto è che se si vuole (ed a mio avviso sarebbe il caso) uscire o per lo meno superare le frasi da bar "non si sta dentro con i costi", "non si guadagna", "qua si chiude" ecc (non che siano falsità o non importanti, ci mancherebbe).
Quello che mi piacerebbe capire è :

- da anni si sente dire che in agricoltura non si guadagna, ma nonostante ciò le aziende non chiudono. Perchè ?
- se come si dice il prezzo non garantisce una sufficiente redditività, come intendono intervenire, concretamente, i produttori ?
- c'è voluto l'aumento spropositato del prezzo dei concimi per mettere in discussione, e rivalutare alcune scelte agronomiche, vecchie di decenni. Questo è sintomo di qualcosa o no ?
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Vecchio 04-12-08, 22: 19   #5 (permalink)
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Quello che mi piacerebbe capire è :

1- da anni si sente dire che in agricoltura non si guadagna, ma nonostante ciò le aziende non chiudono. Perchè ?
2- se come si dice il prezzo non garantisce una sufficiente redditività, come intendono intervenire, concretamente, i produttori ?
3- c'è voluto l'aumento spropositato del prezzo dei concimi per mettere in discussione, e rivalutare alcune scelte agronomiche, vecchie di decenni. Questo è sintomo di qualcosa o no ?
Allora, provo a rispondere per quello che posso e chiedo scusa se ho frainteso qualcosa nel tuo post.
1- le aziende non chiudono perchè l'agricoltura non è come una normale azienda, in cui vale la relazione: si guadagna=>si va avanti e si amplia; si perde=>si chiude. In agricoltura permane un certo attaccamento alla realtà agricola, alle tradizioni, alla terra e alle radici che spesso arrivano dalle generazioni passate. Per cui se prima si andava bene non c'erano problemi, adesso si va avanti lo stesso per non disconoscere ed abbandonare le proprie origini, si tira la cinghia e si spera che qualcosa possa cambiare in meglio. Tranquillo che però, purtroppo, molte aziende hanno già chiuso. C'è poi da dire che stanno anche sorgendo nuove aziende, ma essenzialmente derivano tutte da realtà industriali o comunque da gente che ha fatto i soldi fuori dall'agricoltura, e vi ritorna solo per investire il capitale o per un ritorno alla vita bucolica.
La redditività che si riduce non è una bugia, è una cosa reale, alcune aziende riescono ad andare avanti perchè comunque quello che incassano permette loro di stare in piedi, però se guardassimo indicatori come la remunerazione del capitale investito, che deve poi dare il reddito dell'agricoltore "puro", ci accorgeremmo che otterremo valori che scoraggerebbero qualsiasi investimento di questo tipo fatto per ottenere redditività e non solo per impiegare i soldi.
2-I produttori non so come reagiranno, di sicuro cercheranno di limitare i costi, ed in questo rientra anche quello della manodopera, per cui ultimamente in pochi stanno assumendo nuovi lavoratori anzi, molti, non ne riassumono più di nuovi per rimpiazzare quelli che vanno via, con ricadute negative anche sull'occupazione.
3-Non bisogna nascondere che c'è stato un periodo di vacche grasse che hanno permesso una certa libertà nelle scelte, visto che non si sbagliava in nessun modo. Oggi è necessario rivedere molte di quelle scelte. Mi viene in mente ad esempio il sovescio. Però c'è da dire che chi l'ha abbandonato da tempo non l'ha fatto tanto perchè preferiva buttare via soldi, quanto più per motivi di comodità, che però oggi, in situazione di pressanti ristrettezze, si è costretti a mettere in discussione.
Chiudo dicendo che le imprese agricole non sono enti di beneficienza, per cui trovo comunque logica, e non una cosa riprovevole, la ricerca di una certa logica del profitto anche nel nostro lavoro.
Basterebbe poco per migliorare la nostra situazione, ad esempio migliorando la tracciabilità del prodotto e vigilando sulle iniquità di mercato che purtroppo sono all'ordine del giorno.
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Vecchio 04-12-08, 23: 00   #6 (permalink)
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Allora, provo a rispondere per quello che posso e chiedo scusa se ho frainteso qualcosa nel tuo post.
1- le aziende non chiudono perchè l'agricoltura non è come una normale azienda, in cui vale la relazione: si guadagna=>si va avanti e si amplia; si perde=>si chiude. In agricoltura permane un certo attaccamento alla realtà agricola, alle tradizioni, alla terra e alle radici che spesso arrivano dalle generazioni passate.
Il produrre in perdita è una realtà non solo agricola. Tali situazioni sono regolate dal costo totale e dalle condizioni di chiusura.
Supponiamo che il prezzo di mercato di un prodotto sia 1000, mentre il costo totale (sostenuto dall'azienda per produrlo) sia di 1200. Siamo ovviamente di fronte ad una produzione in perdita. Può sorprendere vedere come alle volte sia conveniente continuare l'attività piuttosto che chiudere.
Chiudendo infatti si avrebbe l'annullamento dei costi variabili (nello specifico: concimi, sementi, stipendi ecc), ma non annullerebbe la quota destinata ai costi fissi (vedi mutuo, anticipi, affitti, imposte ecc).
La definizione del prezzo di chiusura si ha con costi variabili uguali ai ricavi, o perdite uguali ai costi fissi. Va da se che se il prezzo di vendità è superiore al prezzi di chiusura, l'azienda ha convenienza a mantenere la produzione minimizzando così le perdite rispetto alla chisura dell'attività.

Quanto è applicabile questo concetto al settore agricolo ? Si capisce che è però un cane che si morde la coda ?
Questo trend è fattibile, o meglio, economicamente intelligente, se si prevede un trend positivo. Al più un aumento del prezzo di vendita, o in alternativa un calo dei costi di produzione.
A cosa invece stiamo andando in contro ?

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-I produttori non so come reagiranno, di sicuro cercheranno di limitare i costi, ed in questo rientra anche quello della manodopera, per cui ultimamente in pochi stanno assumendo nuovi lavoratori anzi, molti, non ne riassumono più di nuovi per rimpiazzare quelli che vanno via, con ricadute negative anche sull'occupazione.
Utile sarebbe prendere spunto da "La fine del lavoro" di Jeremy Rifkin. Pochi decenni fa l'agricoltura impiegava la % più alta di lavoratori. Oggi siamo in netta controtendenza, ed a differenza di pochi anni fa non c'è più lo sfogo dell'industria. Che farà questa gente ?
E' risaputo come la manodopera sia altamente incidente sul costo finale di produzione.
Domanda: spingendo la meccanizzazione oltre i livelli attuali, ciò consentirebbe una reale crescita di competitività ? Detta in altri termini, mi conviene ? O va ad aumentare i mie già alti costi variabili.

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Chiudo dicendo che le imprese agricole non sono enti di beneficienza, per cui trovo comunque logica, e non una cosa riprovevole, la ricerca di una certa logica del profitto anche nel nostro lavoro.
Basterebbe poco per migliorare la nostra situazione, ad esempio migliorando la tracciabilità del prodotto e vigilando sulle iniquità di mercato che purtroppo sono all'ordine del giorno.
E ci mancherebbe altro ! Soprattuto in virtù della tua affermazione, dove illustri come il ritorno sul capitale investito (cercate in rete Roi - return on investment), non sia dei più allettanti.
Perchè anche non aggiungere quella miriade di zappate sui piedi, che la politica (comunitaria o meno) ci ha dato ?
Esempi ?
- L'imposta del 2% sui fertilizzanti a favore della ricerca sul bio
- Una direttiva nitrati che per quanto riguarda i prodotti orticoli avrebbe permesso una netta valorizzazione del prodotto italiano rispetto ai colossi nord-europei (in breve le soglie sono altissime per le realtà italiane, mentre sono al limite per quanto riguarda i paesi nord-europei. Questo per un fattore ambientale e fisiologico che porta ad accumuli minori nei nostri ambienti)
- ecc

Rimanendo nell'ambito cerealicolo chi ha dati concreti su import-export ?

Concludo precisando che le mie domande sono tutt'altro che retoriche. Cerco io e spero anche voi risposte.

P.S. Mi scuso Albe per un multiquota degno di ...
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Vecchio 05-12-08, 07: 03   #7 (permalink)
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sul grano tenero , siamo quasi al 50% di importazione, sopratutto dal canada, per quanto riguarda i grani da taglio , per aumentare l'elasticita della pasta , per i grani teneri con un rapporto P/L basso , e dalla francia primcipalmente per aumentare il contenuto proteico.

Secondo me il problema grosso del grano sta nel fatto che noi guardiamo molto alla redditivita della singola produzione (tenero , duro , mais , latte, carne, suini , pollame) mentre ci dimentichiamo , che l'azienda a gricola all'estero e' al centro di agevolazioni , che non abbaimo in italia, che riguardano , il benessere dell'agricoltore , in anzi tutto.

perche si parte dal presupposto , che se si spopolano le campagne , diventa tutto un gerbido , e i gerbidi , x evitare che ad agosto prendano fuoco , vanno puliti , e per pagare gente che li tengano in ordine , tento vale pagare gli agricoltori che facciano anche colture non redditizzie , ma almeno e' coltivato, e questo e' un punto.

secondo punto , molto simile al primo:
se si spopolano le campagne, chi compra i trattori , le attrezzature, gli impianti fissi...

cioe viene a mancare l'indotto per cui tutti i costruttori di macchine agricole, i mangimifici ,queli che vendono concimi , sementi , antiparassitari e via discorrendo , possono andare a dare via ....... i wrustell e le piadine nei giorni di mercato,

terzo la vocazione di certi suoli a certe coltivazioni.: qui niente da dire , gia detto dell'ucraina e del grano duro , sia prima che dopo cernobil.

quarto , l'estensioni uno ha poco da fare quando vai a misurarti con aziende di mille o 2000 ettari..

quinto: le OP , all'estero hanno un altro peso , sia in termini di peso politico , che di credibilita' sia verso i propri assocviati , che verso l'opinione pubblica.

con questo non e' detto che un domani le cose sul grano nn migliorino, anzi si spera

ps:forse ce ancora un sesto punto e sarebeb quello di ssapere quanto si va a ricavare dal raccolto , in prossimita della semina, ma qui entrano in gioco i trasformatori , che sperano sempre che qualcosa vada male per spendere poco
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Vecchio 05-12-08, 12: 54   #8 (permalink)
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Quando si semina non si può calcorare quanto si guadagnerà.

Nel 2006 in Piemonte c'è stata una siccità tremenda e, essendo la siccità limitata ad alcune aree e non a tutta europa, questa non ha comportato l'aumento dei prezzi.
Dunque nel 2006 ho perso soldi dalla mia attività agricola.
Ad inizio 2007 se avessi fatto 2 conti e guardato al passato non avrei seminato neppute in chicco di cereali, ma invece ho seminato ed ho guadagnato bene. Alcuni mie vicini invece non hanno seminato, perdendo l'unica annata di guadagno!

Ad inizio 2008, visti i prezzi dei cereali, c'è stata la corsa a seminare, ed anche a fare il secondo raccolto dopo il grano, ed ora non si riesce a pagare le fatture!

Dunque caro Mapomacc:
1) nel settore agricolo ad inizio stagione non si riesce a sapere se si produrrà con guadagno od in perdita: nessuno conosce in anticipo il prezzo dei concimi, il prezzo finale dei prodotti, e cosa farà Giove (grandine, pioggia, sole nel momento giusto o sbagliato?)
2) nel settore industriale le variabili in gioco sono tantissime, ma hanno meno gradi di libertà; inoltre i cicli di produzione industriale normalmente sono modificabili nel giro di mesi; se mi cala la richiesta di un prodotto blocco la produzione ed in 15 giorni metto in cassa gli operai, mentre se mi si dimezza il prezzo del mais a maggio, dopo che l'ho seminato, cosa posso fare?
3) Ci sono più aziende agricole che chiudono rispetto alle nuove che aprono;
4) le aziende che vanno avanti sono quelle in cui parte del reddito arriva anche da altre parti: vendita di terreni diventati edificabili, appalti pubblici di trinciatura di strade o pulizia neve, agriturismo, commercio legname, contoterzi, manutenzione aree verdi, doppio lavoro in altri settori o presso contoterzisti.

Per concludere, guardando i prezzi e le previsioni non avrei dovuto seminare neanche un chicco di grano quest'autunno 2008, ma "per abitudine" ho seminato 5 ettari e ne sono gia pentito!

Ultima modifica di Alberto64 : 05-12-08 a 13: 05.
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Vecchio 05-12-08, 13: 18   #9 (permalink)
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Il produrre in perdita è una realtà non solo agricola. Tali situazioni sono regolate dal costo totale e dalle condizioni di chiusura.
Supponiamo che il prezzo di mercato di un prodotto sia 1000, mentre il costo totale (sostenuto dall'azienda per produrlo) sia di 1200. Siamo ovviamente di fronte ad una produzione in perdita. Può sorprendere vedere come alle volte sia conveniente continuare l'attività piuttosto che chiudere.
Chiudendo infatti si avrebbe l'annullamento dei costi variabili (nello specifico: concimi, sementi, stipendi ecc), ma non annullerebbe la quota destinata ai costi fissi (vedi mutuo, anticipi, affitti, imposte ecc).
La definizione del prezzo di chiusura si ha con costi variabili uguali ai ricavi, o perdite uguali ai costi fissi. Va da se che se il prezzo di vendità è superiore al prezzi di chiusura, l'azienda ha convenienza a mantenere la produzione minimizzando così le perdite rispetto alla chisura dell'attività.

Quanto è applicabile questo concetto al settore agricolo ? Si capisce che è però un cane che si morde la coda ?
Questo trend è fattibile, o meglio, economicamente intelligente, se si prevede un trend positivo. Al più un aumento del prezzo di vendita, o in alternativa un calo dei costi di produzione.
A cosa invece stiamo andando in contro ?
Il tuo discorso sul decidere quando fermare la produzione non fa una piega, ne parlano in ogni corso di economia di base, però quello che dici è valido nel breve periodo. Nel lungo periodo ciò non vale, se si perde si chiude. In agricoltura ci vorranno tempi più lunghi, però gli affitti scadono, i dipendenti si possono licenziare, insomma, con le dovute accortezze, la cosa sarebbe applicabile anche nel nostro settore.
Tu sostieni che se il trend è sempre più negativo e quindi sarebbe più opportuno chiudere, però mentre anch'io denuncio lo stato di salute della nostra agricoltura attuale, cerco di trovare un'alternativa, e non di sancire la correttezza della nostra chiusura, perchè chiudere non è una possibilità, non è fattibile, anche per i motivi elencati da GGyno, che condivido in pieno. Uno stato non può permettersi di rimanere senza agricoltura e qualcosa va fatto. Nei corsi di economia e politica agraria, che ho seguito, spesso si sono toccate queste tematiche, e la conclusione dei discorsi era quella che sto dicendo io adesso. L'agricoltura ha degli handicap rispetto agli altri settori, handicap che però vanno colmati, perchè non ci si può permettere di far senza agricoltura nei paesi industrializzati.


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Utile sarebbe prendere spunto da \"La fine del lavoro\" di Jeremy Rifkin. Pochi decenni fa l'agricoltura impiegava la % più alta di lavoratori. Oggi siamo in netta controtendenza, ed a differenza di pochi anni fa non c'è più lo sfogo dell'industria. Che farà questa gente ?
E' risaputo come la manodopera sia altamente incidente sul costo finale di produzione.
Domanda: spingendo la meccanizzazione oltre i livelli attuali, ciò consentirebbe una reale crescita di competitività ? Detta in altri termini, mi conviene ? O va ad aumentare i mie già alti costi variabili.
Purtroppo anche l'industria di questi tempi è in crisi, io speso che si riprenda, ma di sicuro la situazione è pesante. Stanno chiudendo fabbriche persino in Cina ed i lavoratori vengoni rispediti nelle campagne a zappare. Questo però sarebbe un discorso molto più ampio, parlando di singola azienda il mio discorso non era di limitare la manodopera spingendo sulla meccanizzazione, ma piuttosto limitare la manodopera senza investire in meccanizzazione aggiuntiva. Gli agricoltori così ottengono il risultato di ammazzarsi di lavoro per avere la stessa redditività di prima lavorando meno, ma almeno così riescono ad andare avanti. Era meglio: più remuneratività per l'azienda => più manodopera => più lavoro => l'economia gira. Però ci stanno spingendo a fare l'opposto.


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E ci mancherebbe altro ! Soprattuto in virtù della tua affermazione, dove illustri come il ritorno sul capitale investito (cercate in rete Roi - return on investment), non sia dei più allettanti.
Perchè anche non aggiungere quella miriade di zappate sui piedi, che la politica (comunitaria o meno) ci ha dato ?
Il discorso burocrazia e politica è un altro vaso di Pandora, si continua a peggiorare ed invece di alleggerire lo stato, come ci era stato promesso, anche di questi tempi si continua a fare il contrario. Di sicuro una semplificazione in questo senso potrebbe essere di aiuto, anche perchè oggi siamo iper-controllati in quello che facciamo, l'importante è fare carte su carte, permessi costosi e roba simile, quando poi le regole, soprattutto sui mercati internazionali, NON valgono per tutti.
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Vecchio 05-12-08, 15: 44   #10 (permalink)
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Albe , si ma e' difficile recuperare 30 anni di scarsa politica agricola in italia , anche perche l'agricoltura a livello politico , conta si e no il 5% dei voti , hanno piu peso i pensionati dell'industria che noi,

Pero sta di fatto , che poi son gli stessi pensionati dell'industria , a lamentarsi che con quel che prendono di pensione,(e' molte volte e' il doppio di quanto prende un pensionato in agricoltura)
non riesce a comprare pane e pasta, derivati dal grano , per pii prendersela con noi perche guadagnanmo troppo, e siamo straricchi pieni di terreni che valgono una fortuna...

gia a piu di uno di questi gli ho detto, volete mangiare, piegate la schiena...

coltivare grano tenero si , essere presi x i fondelli no
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