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  1. Lo scopo, o per lo meno l’intento, di quanto vado a scrivere è dare alcune indicazioni su come funzioni a livello globale il mercato dei cerali, il perché della volatilità dei prezzi ed alcune personali considerazioni e perché no consigli. Va detto subito come ci si focalizzerà quasi esclusivamente sul frumento, sia duro che tenero. Nell’attuale situazione, la quasi totalità degli agricoltori lamenta prezzi non sufficientemente redditizi, è giusto a mio avviso andare oltre: mettere i più, nelle condizioni di capire cosa stia succedendo e perché. Ben lontano dal mio obiettivo è indicare norme e strategie per stravolgere la condizione di scarsa/mancata redditività, piuttosto che indicarvi come arricchirvi con i cereali. Sarò sufficientemente contento, e già l’obiettivo è ambizioso, se qualche lettore una volta finita la trattazione, affronterà con meno superficialità l’argomento qualora vi si trovi a discuterne. Vogliano scusarmi sin da ora, eventuali lettori molto più preparati in materia, per non voluti errori o discrepanze e soprattutto per lo scorretto uso di molti termini tecnici. Sono ovviamente ben accettate correzioni ed integrazioni del caso. _________________________ Commodity e futures Chi fosse dotato di grande intuito e forte capacità di leggere sotto le righe, la seguente frase risparmierebbe fiumi di parole e mari d’inchiostro: “commodity prices are global, but production costs are local” . Così nel 1998 Steven C. Blank, coniò questa brillante frase, tanto da essere comprensibile pure ai non anglofoni. In ogni caso, questa è la traduzione: “il prezzo delle commodity è globale, ma il costo di produzione locale”. Ma cosa sono le commodity ? Termine inglese, non letteralmente traducibile, ormai entrato a far parte del vocabolario italiano, indica una categoria di materie prime, globalmente producibili e dalle caratteristiche standard. Le commodity sono stoccabili e non devono deteriorarsi col tempo, possono e sono vendute senza nessun valore aggiunto che non sia il mero trasporto e stoccaggio. Rientrano in questo settore economico anche parecchi prodotti agricoli, tra cui i principali cereali, ed alcune materie prime come ferro, rame, petrolio. Va da se come salvo particolari caratteristiche, canali di commercializzazioni, nicchie di mercato ecc, tutta la produzione italiana possa essere, ovviamente, considerata una commodity. Come vengono commercializzate le commodity ? Essendo prodotti soggetti a scambi commerciali a livello mondiale, si è resa necessaria l’introduzione di alcuni strumenti finanziari atti a standardizzare il tutto: principalmente si ricorre ai futures. Cosa sono i futures ? Sicuramente il temine non è nuovo e capita spesso di sentirli nominare, specie negli ultimi tempi caratterizzati da una vivace attività finanziaria. I futures sono contratti a termine, dove per quest’ultimi s’intendono prodotti finanziari dove due controparti s’impegnano a scambiarsi una determinato bene ad una data prefissata. Detto in altri termini i due operatori economici si accordano per scambiarsi una certa quantità di bene ad un determinata data. Nella stragrande maggioranza dei casi questo effettivo conferimento del bene, la reale consegna, non avviene (per il 98% dei casi la posizione si chiude prendendone una opposta sul mercato). Quello che accade è un vero e proprio mercato, con tanto di specifiche borse, dei contratti futures, i quali diventano uno strumento d’investimento o speculativo. Esempio: nel caso un’investitore creda che una determinata commodity cresca di prezzo comprerà il relativo future, mentre in caso contrario venderà quelli già in suo possesso. Questo, semplificando estremamente, è quello che in gergo si definisce essere in posizione long o short. Volendo dare una visone globale della cosa, è possibile affermare questo: i cereali (a dire il vero solo il f.tenero, e non il duro, è una commodity) sono soggetti ad un mercato che risulta essere globale; un mercato dove entrano in gioco fattori speculativi ove il prezzo viene definito da scambi commerciali telematici da ogni parte del mondo; il prezzo diventa, o tende ad essere, standard come la definizione stessa delle commodity; i fenomeni locali difficilmente possono influenzare l’andamento generale del settore. Questo nel bene e nel male. Come si approccia l’Italia Diversi sono gli aspetti caratteristici della situazione italiana, alcuni dei quali, responsabili della scarsa rimuneratività dei cereali. Cos'è responsabile dello scarso potere del mercato cerealicolo italiano ? - Scarsa affidabilità dei prezzi: volatilità. - Prezzi di mercato inadatti a sostenere l’attività produttiva. - Mancato riconoscimento in termini economici della qualità del prodotto. - Rilevanza in termini quantitativi ridotta. La volatilità dei prezzi Sebbene un approccio banale ponga al primo posto nella classifica delle problematiche il basso prezzo dei cereali, è invece la volatilità degli stessi ad destare di maggior preoccupazione. Per volatilità s’intende infatti un’oscillare repentino su base temporale, del prezzo di un prodotto. Questo impedisce di programmare interventi e strategie produttive, oltre a destinare l’esito della commercializzazione dei prodotti, alla casualità. Ovviamente in ogni mercato che si rispetti, nessuno può prevedere con precisione l’andamento dei mercati, sarebbe il sogno di ogni investitore. Chi segue il prezzo del frumento sulle diverse borse italiane, non ha potute fare a meno di notare un’accentuata volatilità nelle ultime campagne. Questo non può che destare preoccupazione nei produttori, trovandosi anche nella posizione, diversamente da altri settori, di dover programmare con un discreto anticipo le proprie scelte colturali ed investimenti. Com’è possibile vedere dal grafico, e come sicuramente molti ricorderanno, il 2008 si è caratterizzato per una rapida ascesa dei prezzi del frumento, registrando valori da record, successivamente mai più registrati. Come si sa, quell’incremento di prezzi è stato dovuto a scarse produzioni su molte aree del mondo. Cosa provoca volatilità ? Essenzialmente i motivi in cui ricercarne la causa sono i seguenti: - Non esiste commodity priva di oscillazioni del prezzo, i contratti futures sono oggetto di speculazione ed in tutti i mercati questi sono fenomeni non frequenti, ma ricorrenti. - Il progressivo passaggio da agricolture estensive ad intensive, aumenta la probabilità che fenomeni atmosferici o altre congetture possano interferire pesantemente con la produzione totale di vaste aree se non Paesi interi. - In opposto al punto di cui sopra, vi sono anche molte realtà dove si è deciso di abbassare per quanto più possibile l’imput produttivo, a fronte dei bassi prezzi. Questo in annate particolari non può che essere origine di oscillazioni nelle produzioni totali e nella qualità. - La spinta inflazionistica non esenta neppure il mercato delle commodity agricole. - La pluralità dell’offerta viene sempre più a mancare. Essendo l’intero commercio in mano a pochi operatori economici, si è costretti a subire repentini cambiamenti di prezzi nel giro di poche ore. - Specialmente a livello italiano, la mancata presenza di strutture adatte a stoccare ingenti quantitativi di prodotti (centinaia di migliaia di tonnellate), comporta la mancata possibilità di acquistare grossi quantitativi a prezzi ragionevoli e utilizzare queste scorte nei momenti di prezzi alti. Prezzi di mercato inadatti a sostenere l’attività produttiva Scontenterò i più, ma questo punto può e deve essere liquidato con estrema brevità. Il mercato fa i prezzi del prodotto, non il prodotto. Dal momento in cui si produce un bene standard e facilmente reperibile altrove, il prezzo viene stabilito, al netto di seppur importanti attività speculative, dall’incontro tra domanda ed offerta. Occorre prendere atto dell’attuale range entro cui graviterà il prezzo dei cereali, ed accettare con serenità come i picchi registrati nel 2008 saranno destinati a ripetersi, ma solo con la stessa probabilità e frequenza che contraddistinguono le anomalie. Qualora si voglia puntare su mercati più ristretti, ad esempio il grano duro di qualità, questo non deve legittimare ad esimersi dalle leggi di mercato. Nel caso in cui pure queste eccellenze non trovino riscontri in prezzi adeguati, nuovamente la colpa è di chi si ostina a produrre fuori mercato e non nel mercato stesso, né nella domanda. Mancato riconoscimento in termini economici della qualità del prodotto Relativo al punto di cui sopra, è bene fare alcune precisazioni. Se da un punto di vista etico i produttori fossero interessati a produrre qualità, nessuno potrebbe biasimarli. Salvo il caso in cui questa presunta qualità non fosse corrisposta in termini economici e gli stessi accusassero il mercato delle loro vicissitudini. Correndo il rischio di ripetermi, è bene ricordare come: se non si è certi di avere una domanda sensibile al prodotto di qualità, è bene rivalutare le proprie scelte. Ad ora salvo casi di nicchia, e come tali in essi non possono rientrare tutti i produttori, non c’è molta sensibilità in questo senso. La grande maggioranza dell’industria molitoria italiana ancora non mi pare si sia espressa concretamente. Fino ad allora protestare dietro alla facciata della qualità risulta, a mio avviso, una lotta contro i mulini a vento. Va aggiunto dell’altro: nel caso si volesse competere a livello internazionale nel conferire non solo prodotto di qualità, ma pure prodotto standard (commodity) è essenziale, senza esclusione alcuna, l’uniformità e la quantità dei lotti da trattare. Strutturalmente la rete italiana è oggi incapace di fornire quantitativi (che partono da alcune decine di migliaia di tonnellate) importanti e omogenei in termini qualitativi. Specie in modo continuativo. Rilevanza in termini quantitativi ridotta Come si è già detto l’incapacità di essere presenti e disponibili sul mercato con quantitativi importanti, omogenei e continuativi nel tempo, è uno dei più grossi handicap del settore cerealicolo italiano. Questa comporta poca appetibilità nei confronto dei compratori internazionali e obbliga a passaggi intermedi, trader, con significative ripercussioni sul ricavo finale. L’eccessiva frammentazione dei conferimenti e dei centri di stoccaggio risulta estranea a quella logica di mercato, globale appunto, dove irrimediabilmente si è costretti ad operare. Ne consegue un’attività spesso passiva e di pressoché nullo potere decisionale. A questo va aggiunto come spesso vi sia a distanza di una sola annata agraria notevoli differenze in termini di quantità prodotte e della relativa qualità. Di questo ne soffre maggiormente il sud Italia, dove le condizioni meteo spesso annullano la buona volontà dei produttori. Su quest’ultima però, non è possibile soprassedere: troppo spesso infatti scarse competenze e professionalità sono le cause dell’altalenante media produttiva/qualitativa italiana. Questo che piaccia oppure no, è parte integrante degli handicap di cui soffre il settore cerealicolo Italiano. A questo va aggiunto il diffuso malcostume della maggioranza degli agricoltori: reputarsi in grado di capire e conoscere il mercato. (vi sfido a reperire un grafico con un minimo di storico, indicante i prezzi dei cereali) Il mercato è mondiale e le dinamiche locali sono una componente pressoché ininfluente. Se si è in grado, o ci si reputa tali, di prevedere il mercato, l’agricoltore è liberissimo di scegliere come e quando vendere il proprio prodotto, salvo poi assumersene ogni responsabilità. Diversamente sarebbe il momento di delegare o per lo meno farsi assistere dall’operatore del caso, sia esso centro di stoccaggio, operativa, cap ecc. Ricollegandosi ai punti precedenti, si consentirebbe così di colmare, seppur in parte, il gap “dimensionale” del comparto italiano, permettendo una gestione più vicina alle modalità globali della commercializzazione dei cerali. __________________ Ho concluso, a vol la parola ed i commenti, integrazioni, correzioni, domande, offese e minacce. __________________ Riferimenti: http://www.agricoltura24.com/grano-tenero-ritorno-alla-normalita/p_1485.html http://www.agricoltura24.com/grano-duro-ma-cos-e-questa-volatilita/p_1483.html
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