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  1. Riporto interamente un'ottimo articolo di Dario Bressanini, eccellente autore di contenuti inerenti spesso anche il mondo agricolo. In questo caso è presentata la storia del progenitore dei grani odierni: il Senatore Cappelli. Una storia poco conosciuta, quanto importante; la vera biografia del frumento oggi conosciuto, il quale deve buona parte delle sue caratteristiche al lavoro di un genetista italiano, tal Nazareno Strampelli. Strampelli in completa controtendenza, già un secolo fa, capì l'importanza della selezione genetica e dell'ibridazione delle specie al fine di ottenere miglioramenti produttivi e qualitativi. Oltre a fondamentali passaggi storici legati allo sviluppo dell'agricoltura italiana e di conseguenza dell'intero paese, dalla storia del Senatore Cappelli, è possibile trovare altri spunti in merito alla recente diatriba OGM. Quello che lo scienziato italiano fece in assenza di conoscenze genetiche, allora sconosciute, e con tempi molto dilatati, è quanto oggi si ottiene con l'uso delle biotecnologie: con efficacia, rapidità e precisione allora impensabili. A questo si aggiunge l'ennesimo tassello minante molti cattivi usi di "territorialità", "tradizionalità", "origine", "autoctono" ecc. Seppur tutte virtù di prodotti, popoli e costumi, spesso si cede il passo a forzature anacronistiche, ancor prima che di convenienza. __________________ Forse a qualcuno di voi sarà capitato di trovare, in un cesto gastronomico natalizio da gourmet, dei pacchi di pasta prodotta con un grano duro dal nome curioso: Senatore Cappelli. Sappiate che avete tra le mani la testimonianza del lavoro di uno dei più grandi genetisti agrari che il nostro paese abbia mai avuto, Nazareno Strampelli, e che purtroppo ancora in pochi, in Italia e nel mondo, conoscono. Nato il 29 maggio 1866 a Crispiero, frazione del comune di Castelraimondo, in provincia di Macerata, e laureatosi in agraria a Pisa, cominciò agli inizi del ‘900, senza conoscere le scoperte di Mendel, a studiare il frumento con l’obiettivo di migliorarne sia la qualità sia la produttività. Strampelli si concentrò soprattutto sul miglioramento genetico del grano tenero attraverso incroci (“ibridismo”) con semi provenienti da ogni parte del mondo, contrariamente all’opinione dei suoi oppositori, come Francesco Todaro, che sostenevano il “selezionismo” suggerendo invece una lenta selezione dei frumenti autoctoni scegliendo di volta in volta le piante migliori per le caratteristiche desiderate. Todaro considerava l’apparizione degli ibridi una “moda” destinata a passare. La storia gli avrebbe dato torto. Il grano Rieti Originario Sin dalla metà del XIX secolo il grano Rieti Originario, coltivato da tempo immemorabile nel capoluogo sabino, era molto apprezzato in tutta Italia, tanto che nel 1879 veniva venduto a 50 lire il quintale contro le 24-32 lire degli altri grani. Tutti in Italia lo volevano seminare. Scriveva il Comizio agrario di Cremona: "S’è visto infatti che gli stessi appezzamenti di terreno seminati parte a grano rietino, e parte a grano nostrano somministrano prodotti per qualità e quantità differentissimi, avendo i primi superato sotto ogni rapporto, di gran lunga questi ultimi" Era talmente desiderato che la produzione non riusciva a soddisfare tutte le richieste, e molte erano le frodi in commercio, con altri grani meno pregiati spacciati per Rieti. Il Rieti ha il grosso pregio di resistere ad una malattia, la ruggine, ma ha il difetto di essere soggetto all’”allettamento”, cioè al ripiegamento fino a terra della pianta a seguito di vento o pioggia. Strampelli, che nel 1903 vinse la “Cattedra ambulante di agricoltura” a Rieti, era molto incuriosito dalle qualità del Rieti: “Naturalmente, trovandomi a Rieti, i miei lavori dovevano cominciare dal frumento Rieti il quale, coltivato da tempo immemorabile in quella vallata fredda in inverno, calda-umida in estate, in ambiente estremamente favorevole allo sviluppo delle ruggini, è andato selezionandosi attraverso i secoli, acquistando rusticità e divenendo assai resistente agli attacchi dei detti parassiti.“ Scriveva al ministro dell’agricoltura: “Eccellenza, le buone qualità del grano da seme di Rieti son dovute esclusivamente alle speciali condizioni del clima e di questo suolo l’uomo non ha fatto mai nulla per cercare di aumentarne i pregi mentre con accurata selezione fisiologica e metodica si potrebbe arrivare a fare del grano di Rieti il migliore dei frumenti da seme con grande vantaggio di tutta la granicoltura nazionale.” In uno scritto del 1932 Strampelli spiega che il metodo “selezionista” in voga all’epoca fosse inutile su grani, come il Rieti, le cui caratteristiche genetiche forgiate dall’ambiente e dal clima erano rimaste immutate per secoli. Volendo inserire delle nuove caratteristiche era necessario “prenderle” da altre varietà (Strampelli sarebbe sicuramente stato entusiasta delle moderne tecniche biotecnologiche che permettono di inserire geni provenienti da varietà e specie diverse per donare le caratteristiche volute). Ecco allora che Strampelli inizia a raccogliere grani dai quattro angoli del globo ne collezionò più di 250- per cercare di inserire delle nuove caratteristiche nel Rieti tramite incroci. Strampelli aveva già effettuato degli incroci, per fecondazione artificiale, a Camerino, come descrive lui stesso: “A Camerino, sin dal 1900, praticai l’ibridazione del frumento Noè con il Rieti. Mi prefiggevo di ottenere un frumento resistente contemporaneamente all’allettamento ed alla ruggine, per avere una varietà adatta ai terreni del Camerinese […] ove per elevata fertilità il Rieti corica sempre, ed il Noè, che non corica, a causa delle abbondanti nebbie, è fortemente danneggiato dalla ruggine” Il Noè era una selezione francese di un grano russo. L’Ardito e la “battaglia del grano” Uno dei primi grandi successi di Strampelli fu il grano Ardito, ottenuto incrociando il Rieti Originario, che resisteva alla ruggine nera, con il Wilhelmina Tarwe, varietà olandese ad alta produttività, e successivamente incrociando il risultato con l’Akakomugi, un frumento giapponese di scarsa importanza agronomica ma caratterizzato dalla taglia bassa e maturazione precoce. A sua volta il Wilhelmina era un incrocio tra una varietà locale olandese (Zeeuwse Witte) e una inglese (Squarehead). L’Ardito maturava 15-20 giorni prima del Rieti, era alto 80-100 cm, resisteva al freddo e alla ruggine, ed era molto produttivo. Fu grazie all’Ardito e agli altri grani di Strampelli che il regime fascista, in quella che venne chiamata retoricamente “la battaglia del grano”, riuscì ad aumentare la produzione italiana di frumento dai 44 milioni di quintali prodotti in Italia nel 1922 agli 80 milioni di quintali del 1933, senza quasi aumentare la superficie coltivata. Solamente grazie agli sviluppo della biologia molecolare è stato possibile identificare i geni responsabili delle caratteristiche introdotte da Strampelli in quasi tutti i suoi grani a partire dall’Ardito. Il primo gene (chiamato Rht8) è responsabile della taglia ridotta del fusto delle piante di grano, caratteristica che le aiuta a non piegarsi sino a terra per effetto del vento. Il secondo gene (Pdp-D1), ingannando in qualche modo l’orologio “interno” della pianta, le permette di venire a maturazione prima, rendendola insensibile al fotoperiodo (alterando cioè la capacità della pianta di reagire alle variazioni di luminosità dovute al susseguirsi dei mesi). Questi due geni erano presenti nell’Akakomugi e grazie a Strampelli si diffusero in quasi tutti i grani d’Italia e in molti altri d’Europa e del mondo. Strampelli effettuò e descrisse l’incrocio di più di ottocento frumenti, molti dei quali utilizzando il “Rieti originario” come “padre” o “madre”. Una conseguenza inaspettata dell’introduzione dei grani di Strampelli fu la riduzione del rischio, per i contadini, di contrarre la malaria. In precedenza nelle zone paludose ancora infestate dalla malaria il grano giungeva a maturazione nel picco di diffusione delle zanzare malariche. Potendo anticipare la mietitura i contadini migliorarono anche le loro condizioni sanitarie schivando le zanzare. Il grano duro Senatore Cappelli Nel 1907 il deputato del Regno Raffaele Cappelli, permise a Strampelli di effettuare delle semine sperimentali su dei campi di sua proprietà vicino a Foggia, essendo lui stesso interessato all’agricoltura. Come già aveva fatto per il grano tenero, Strampelli selezionò e incrociò sia grani duri autoctoni del sud d’Italia e delle isole sia provenienti da altri paesi del mediterraneo. Nel 1915 selezionò una varietà autunnale con buone qualità di adattabilità e adatta alla pastificazione, ottenuto della varietà locale tunisina Jeanh Rhetifah. È il grano che nel 1923 verrà rilasciato omaggiando con il nome Raffaele Cappelli, nel frattempo divenuto senatore. Strampelli rilascia altre varietà di grano duro come il Milazzo e il Tripolino, ma è il Senatore Cappelli che diventa un successo tra gli agricoltori italiani, nonostante fosse alto e suscettibile all’allettamento. Era infatti molto più produttivo dei grani duri utilizzati in precedenza. Le rese passarono dalle 0,9 tonnellate per ettaro del 1920 a 1,2 della fine degli anni ’30. L’oblio di molti grani locali Il Senatore Cappelli sostituì molti grani duri autoctoni sino a raggiungere, nei decenni successivi, un’estensione pari al 60 per cento della superfice italiana coltivata a grano duro. La stessa sorte era toccata a molte varietà di frumento tenero spazzate via dall’arrivo dei semi di Strampelli, che presto coprirono più dell’80% della produzione italiana. Per questo motivo sino all’inizio della “battaglia del grano”, nel 1925, i frumenti ad alta resa (per l’epoca) di Strampelli in alcune zone d’Italia furono visti con molto sospetto se non con aperta ostilità perché contrastavano con l’uso tradizionale dei grani locali. Scrive Gian Tommaso Scarascia Mugnozza: Fino agli anni ’20, “conservatorismo” e “localismo”, atteggiamenti politici per la difesa della qualità della tradizione tipica delle varietà di frumento locale, si opposero all’ introduzione delle varietà di Strampelli e all’applicazione delle scoperte della genetica. Questo accadeva nonostante la situazione critica dell’economia italiana fosse gravata dal peso dell’importazione di 2.5 milioni di tonnellate di grano ogni anno. Sembra che le cose non siano cambiate a un secolo di distanza, per quanto riguarda l’ingegneria genetica come metodo avanzato per produrre nuove varietà vegetali. Strampelli, che arrivò a Rieti con l’obiettivo di migliorare quel grano, ne decretò l’oblio, proprio grazie al successo dei suoi incroci. Scrive Roberto Lorenzetti nel suo volume “La scienza del grano”: Negli anni ’20 le varietà di frumento basse e precoci di N. Strampelli furono molto contrastate, tanto che la loro coltivazione venne bandita dai soci dell’“Unione produttori Grano da Seme” fondata dallo stesso Strampelli nel 1906. E la stampa locale nel 1924 si affrettò a tessere il panegirico della vecchia varietà Rieti, affermando che “Il Rieti originario è il più ambito grano da seme e, nonostante le novità di questi ultimi anni, resta e resterà sempre vittorioso per la sua resistenza alla ruggine” I nipoti dei grani di Strampelli Negli anni ’60 a loro volta le varietà di Strampelli furono sostituite da altre più produttive ottenute però, quasi sempre, da mutazioni o da incroci a partire dalle varietà del genetista di Castelraimondo, primo fra tutti il famoso grano Creso ottenuto irradiando con radiazioni nucleari il Cappelli. Strampelli non si arricchì mai con i suoi frumenti, scegliendo di non richiedere royalties per lo sfruttamento commerciale dei semi da lui distribuiti. Purtroppo è ancora scarsamente conosciuto, sia in Italia che all’estero, perché malauguratamente la prolificità nell’ottenere nuovi incroci andò invece di pari passo con la scarsità di pubblicazioni scientifiche che il genetista decise di scrivere, quasi che tutto il tempo a sua disposizione dovesse essere impiegato nel lavoro nei campi e in laboratorio e non allo scrittoio. I grani erano le sue “pubblicazioni”. La conseguenza però fu che nel giro di pochi decenni dalla sua morte avvenuta nel 1942, complice forse anche il suo coinvolgimento con il partito fascista, a cui si iscrisse nel 1925 (venne nominato senatore nel 1929), l’Italia e il mondo si dimenticarono di Strampelli. Strampelli fu senza dubbio un precursore dell’agronomo Norman Borlaug, l’artefice della rivoluzione verde e premio Nobel per la pace nel 1970, ignaro dell’operato dell’italiano. Come ci ricorda Sergio Salvi, nel suo libro “viaggio nella Genetica di Nazareno Strampelli”, una lapide all’esterno della casa di Strampelli a Crispiero reca la scritta “dove cresceva una spiga di grano ne fece crescere due”. È curioso che il grano Cappelli, ora diventato un simbolo della “pasta da gourmet”, fosse una volta il comune grano della pasta di tutti i giorni, e che venga da alcuni considerato “autoctono” quando in realtà è una varietà tunisina. Per non parlare degli altri grani di Strampelli che tutto sono fuorché “autoctoni”. Scorre sangue (pardon, DNA) straniero nei grani d’Italia. La tradizione è solo una innovazione riuscita, e a quasi un secolo dalla sua creazione è ironico che ora sia proprio il Senatore Cappelli ad essere considerato “tradizionale” e si cerchi di ridiffonderlo dopo che varietà più produttive, anche se non sempre di migliore qualità, lo hanno sostituito quasi totalmente. Nonostante il grande successo del Cappelli, Strampelli non gli attribuì mai troppa importanza. È possibile che per il genetista quel grano tunisino, non ancora “ibridato” con altre varietà, fosse solo il primo passo per ottenere dei frumenti duri di qualità ancora migliore e con proprietà desiderate, ad esempio la taglia bassa, esattamente come aveva fatto per il frumento tenero. Fu solo con l’uso delle mutazioni indotte dalle radiazioni che la taglia bassa venne introdotta nei “nipoti” del senatore Cappelli che quindi lo sostituirono nei campi italiani. La prossima volta che gustate una pasta Senatore Cappelli ricordatevi di Strampelli, lo scienziato che con la genetica ha migliorato una coltura tradizionale italiana.
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