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Storie di trattoristi (utilizzatori riparatori e venditori)

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Parliamo sempre di vecchie macchine, attrezzi e pezzi di ferro, ma di quelli cristi che ci passano la vita sopra mai una parola, eppure sono loro che li hanno consumati nel tempo, perchè per vedere un mezzo lavorare ci vuole un trattorista che lo sappia guidare e allora mi sembra giusto dedicare spazio agli occupanti del seggiolino, sopratutto di quelli di un tempo veri pionieri della meccnizzazione, oppure dei meccanici che con un paio di pinze ed una matassina di fildiferro li facevano ripartire, per finire poi con i sensali o venditori, che alla faccia delle tecniche di vendita odierna facevano i contratti seduti a tavolino con un bottiglia di vino (come d'altronde fecero Ferguson e Ford durante la loro trattativa più famosa) o dentro una cantina dove a rimanerci chiusi una settimana invece di morire di fame saresti ingrassato qualche chilo, vista la roba che c'era appesa.

Chi erano questi?

Trovateli fategli raccontare o raccontate le loro storie, senza fare dei messaggi come nelle normali discussioni, preparatevi dei veri e propri racconti di vita magari usando word, poi una volta pronti li posterete in un unico post, un post per illustrare la carriera di un trattorista dagli inizi, perchè qui non si tratta di discutere un argomento ma di raccontare la storia e questa è importante quanto quella dei trattori, ma forse di più.

 

Buon racconto.

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Un up per questa bellissima discussione, spero che riportandola in alto, qualcuno colga l'occasione per scrivere qualcosa.

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Navigando nel Forum, ho scoperto questo argomento, sperando di non andare OT, vorrei raccontarvi, attraverso i miei ricordi di bambino, una storia vera di qualche decennio fa riguardante un terzista della mia zona, "Don Gennaro".

Nei primi anni sessanta (epoca della mia infanzia), nella zona dove la mia famiglia svolgeva l'attività agricola (provincia nord di napoli), c'era un terzista che si occupava di tutti quei lavori fuori della portata dei poveri mezzi di allora (cavalli, buoi e qualche trattore di modeste capacità)

Il suo nome era, manco a dirlo, don Gennaro (ometto il cognome per ovvi motivi di privacy).

Non era un prete ma il "don" gli era stato affibiato presumibilmente per la sua personalità alquanto singolare e soprattutto per ciò che lui e la potenza dei suoi mezzi rappresentava a quell'epoca. Interessante era soprattutto il periodo della trebbiatura del grano che durava più di un mese in quanto questo signore depositava la trebbia nell'aia della nostra cascina e poi tutto il circondario veniva a trebbiare il grano presso questo luogo che aveva un aia enorme dove si allestiva un vero e proprio cantiere.

Durante il mese di giugno appena le condizioni meteorologiche lo consentivano cominciava la mietitura. Quello era il momento in cui veniva chiamato don Gennaro, che abitava a circa 15-20 km dalla cascina.

Don Gennaro partiva da casa sua, con l'attrezzatura, appena era giorno ed arrivava in cascina nella tarda mattinata dove trovava ad attenderlo una decina di persone per l'allestimento del cantiere. Per percorrere quella ventina di km di strada provinciale impiegava circa tre ore.

Nei miei ricordi di bambino c'è ancora il rumore del suo OM45 quando girava sull'ultimo incrocio, che nella quiete di allora si sentiva anche se a quasi due km dalla cascina.

Quell'autentico treno che portava dietro (ora sarebbe un trasporto eccezionale) era così composto.

Davanti c'era il trattore, un OM45 fiammante, sempre lucido e pulito, maestoso, con i ramponi di ferro sulle ruote (in altri periodi dell'anno si occupava di aratura pesante), al trattore era agganciata una trebbia arancione enorme (sentivo parlare di trebbia da 120 ma non so esattamente cosa possa significare), era lunga almeno 12 o 13 metri.

Dietro la trebbia era agganciato un grosso rimorchio a 4 ruote con le sponde in legno carico di tutti gli accessori, vi erano cinghie per la trebbia di varie misure barattoli di grasso e di olio, fusti di gasolio, attrezzi meccanici ed una bicicletta che usava per gli spostamenti.

Dietro al rimorchio era attaccata la pressa (imballatrice) a due ruote che chiudeva questa sorta di road train. Il tutto doveva essere lungo almeno una trentina di metri; tale lunghezza non consentiva l'ingresso diretto nel viale della cascina per cui, arrivato a destinazione, sulla strada, veniva sganciato il rimorchio e l'imballatrice, il trattore portava prima la trebbia sull'aia e poi uno alla volta il rimorchio e la pressa.

A questo punto don Gennaro entrava in casa con una valigetta di cartone nella quale aveva qualche indumento di ricambio e ne usciva con una tuta da meccanico pronto per iniziare la messa in opera.

Don Gennaro era un uomo strano, non mi ricordo di averlo mai visto ridere o pronunciare più di qualche parola. Aveva un cappello con visiera (la classica coppola) ed un paio di occhiali scuri dai quali si vedevano comunque le pupille degli occhi che sembravano sempre fissarti anche se guardava da un'altra parte.

La prima giornata passava per l'allestimento del cantiere, che veniva effettuato sotto la direzione del don il quale dava ordini precisi e spesso solo gestuali senza mai aggiungere parole inutili. La trebbiatura cominciava il giorno dopo.

Fine prima parte. (Mi fermo per una pausa e preparare la seconda parte)

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Veramente bella e dettagliata esposizione, piSOLO!

Forza dunque con la seconda parte!

(in merito al "120" vedrai che stava ad indicare sicuro, come in gergo si usava dappertutto, che la larghezza bocca/ battitore ove veniva alimentata la trebbia era appunto in 120cm, misura di tutto rispetto e tra le più grandi di quelle comunemente in produzione ed appunto da tal misura si denominava il macchinario; trebbia da 1 metro, da 90, da 110 etc.)

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Grazie Junker,

Bene, eccomi qui con la seconda parte

Nel periodo della trebbiatura, a qualunque ora ci si svegliasse, (spesso prima dell'alba), don Gennaro lo trovavi sempre già vicino al trattore che armeggiava controllando olio, ingrassando qua e la e badando che tutto fosse a posto.

Intorno alla trebbia lavorava un esercito di persone (almeno una trentina) che come formiche si muovevano ognuna con un compito preciso che difficilmente interferiva con quello degli altri. Nel viale della cascina c'era una processione di mezzi di trasporto (trattori, cavalli, buoi) che con il loro carico di grano si accingevano ad avvicinarsi alla trebbia. Intorno alle 12 c'era la pausa pranzo, la trebbia veniva fermata per circa un'ora e durantre quest'ora veniva fatta la manutenzione ordinaria (un altra cosa che stranamante non ricordo è di aver mai visto don Gennaro mangiare). Quando gli altri si alzavano da tavola Don Gennaro aveva già rimesso in moto il trattore ed era pronto a riprendere il lavoro.

Ai mie occhi di bambino sembrava che quest'uomo vivesse in simbiosi con i suoi mezzi; anche quando tutti lavoravano intorno alla trebbia e lui sembrava essere sparito lo vedevi in qualche posto non lontano, al fresco, che fumava e guardava il trattore; ogni tanto si alzava, si avvicinava al trattore, già tutti lo stavano seguendo con gli occhi, alzava una mano e questo era sufficiente per fermare l'inserimento dei covoni, la trebbia veniva fermata, don Gennaro si avvicinava al cofano del trattore, che era già aperto durante il lavoro per consentire un miglior raffreddamento, con uno straccio apriva il tappo del radiatore fumante e rabboccava acqua; dopo quealche minuto si ripartiva.

Tutti avevano un compito specifico, dai più grandi ai più piccoli. A me toccava preparare i fili di ferro di misura adatta per le balle di paglia mediante un'apposito attrezzo che spezzava il fil di ferro alla lunghezza giusta e consentiva con una manovella di creare un occhiello alla estremità.

Persino una anziana zia, ormai inabile a qualunque lavoro, aveva un compito, munita di carta e penna si sedeva in prossimità delle bocche da cui usciva il grano e segnava le quantità con i nomi dei proprietari delle varie partite di grano.

Il personaggio principale era però sempre lui, don Gennaro; dopo una quindicina di giorni di lavoro (12-13 ore di lavoro al giorno) si faceva una mezza giornata di pausa, si approfittava per ripulire l'aia dalla pula e si sistemavano le balle di paglia ammucchiate alla meglio. Don Gennaro intanto cambiava l'olio al trattore ed eseguiva altri lavori come la sostituzione di qualche filtro e di qualche puleggia usurata e provvedeva all'ingrassaggio dei vari cuscinetti. Durante queste operazioni tutti quelli che non avevano altri compiti seguivano il lavoro, con curiosità e con interesse come chi assiste ad un rito religioso. Tale lavoro di manutenzione si completava con una pulizia del trattore dalla pula e dalla polvere accumulata dal vento mediante uno straccio imbevuto di gasolio. Quell'odore di Gasolio cotto dal calore del motore me lo ricordo ancora così come mi ricordo il ruggito dell'OM 45 che muoveva tutto quell'armamentario di pulegge e meccanismi. Ogni tanto, probabilmente perchè venivano inseriti troppi mazzetti di grano, l'OM45 ansimava, la marmitta verticale emetteva un po di fumo nero, si sentiva il classico rumore del maggiore sforzo ma subito dopo il motore riprendeva i giri regolare e instancabile.

Tutto questo, come già detto durava più di un mese durante il quale il don Gennaro era sempre presente. Di sera tornava a casa sua in bicicletta, se il lavoro mattutino doveva però cominciare presto dormiva in cascina, ma altre volte ritornava a casa con il solo trattore, magari per qualche manutenzione straordinaria o semplicemente perchè il giorno dopo non si trebbiava.

Ho raccontato questa storia assolutamete vera poichè qualche giorno fa passando fuori casa sua ho rivisto don Gennaro al balcone (adesso avrà circa 90 anni, vedovo e vive solo con una badante) seduto su una sedia a dondolo con lo sguardo perso nel vuoto, sempre con quegli occhiali scuri. Ho poi saputo da un nipote due cose che mi hanno intristito non poco.

- primo che ormai è quasi cieco e che ha sempre portato quegli occhiali scuri per un problema alla vista che lo affliggeva già in gioventù.

- secondo che nella sua vita da terzista ha cambiato tanti trattori ed attrezzature (il nipote dice che ha lavorato quasi fino a 80 anni) ma che non ha mai voluto dismettere quell'OM45 che conserva ancora ormai fermo da 30 anni nel capannone.

Ecco questa storia vuole essere un omaggio ad un uomo ed a una vita vissuta in simbiosi con i suoi trattori ed in particolare con quell'OM45 che ancora conserva dopo oltre 50 anni, in attesa, cosi come il suo padrone, di arare altri campi ultraterreni.

Un saluto cordiale a tutti

piSOLO

Edited by Filippo B
ridimensionato testo

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Bella STORIA Pisolo, mi son emozionato nel leggerla, grazie per aver condiviso con noi questa bella esperienza e questa Storia di altri tempi.

 

Grazie da parte di tutto Tractorum.

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Bella STORIA Pisolo, mi son emozionato nel leggerla, grazie per aver condiviso con noi questa bella esperienza e questa Storia di altri tempi.

 

Grazie da parte di tutto Tractorum.

 

Ringrazio io Voi tutti per i complimenti e soprattutto per aver ospitato questa storia che rappresenta una parte anche della mia vita, questa parte si è interrotta verso i 14, 15 anni con la scuola superiore, poi l'università e quindi il lavoro, ma l'amore per la terra è rimasto come il fuoco sotto la cenere e sta riaffiorando piano piano.

Un altro di questi giorni racconterò la storia di un altro terzista, Pietro, che era l'esatta antitesi di Don Gennaro, Pietro era chiacchierone e con la battuta sempre pronta.

Al contrario di Don Gennaro che era un Fiatista, Pietro era un Samista sfegatato e ogni anno cambiava trattore, nei miei ricordi c'è un Same 480 a muso tondo dei primissimi anni sessanta fino ad arrivare al Drago 100 che Pietro possedeva a metà degli anni settanta quando, per i motivi più su esposti, mi sono allontanato dal mondo agricolo.

Alla prossima

piSOLO

Edited by piSOLO

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Anche io mi aggiungo ai complimenti , una storia veramente ben raccontata complimenti piSOLO , e al padrone..

A me vengono in mente le storie di mio nonno che da giovane andava con la 55L ad arare via di casa e stava via delle settimane , con la "carovana" , ma purtroppo non ricordo molto.

Un saluto.:)

Edited by nh72-85

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Fa sempre piacere leggere storie di trattori e trattoristi, sono ansioso di leggere quella riferita al Drago 100 :banana: mi è sempre piaciuto tanto, che l'anno scorso non ho resistito ad acquistarne uno :fiufiu:

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Grazie Pisolo bellissima la storia.....ma si può mettere anche la propia storia?? No perchè qua ce ne sarebbe da raccontare penso (sperando che non si faccia la gara al pesce più grosso:sparatagrossa::sparatagrossa::sparatagrossa:)

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.....ma si può mettere anche la propia storia?? ...

Beh.. credo che la cosa migliore sia quella del racconto in prima persona O0

Per quanto mi riguarda cerco di scavare soprattutto tra i ricordi dell'infanzia e di chiedere notizie in giro. In merito al "Pietro" di cui avevo parlato qualche post indietro(anche lui molto anziano), l'ho visto l'ultima volta alla festa patronale l'estate scorsa ancora in buona salute cercherò qualche altra notizia in giro e posterò la sua storia.

Grazie anche a Te per i complimenti Johndin

A presto

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Ho raccontato questa storia assolutamete vera poichè qualche giorno fa passando fuori casa sua ho rivisto don Gennaro al balcone (adesso avrà circa 90 anni, vedovo e vive solo con una badante) seduto su una sedia a dondolo con lo sguardo perso nel vuoto, sempre con quegli occhiali scuri. Ho poi saputo da un nipote due cose che mi hanno intristito non poco.

- primo che ormai è quasi cieco e che ha sempre portato quegli occhiali scuri per un problema alla vista che lo affliggeva già in gioventù.

- secondo che nella sua vita da terzista ha cambiato tanti trattori ed attrezzature (il nipote dice che ha lavorato quasi fino a 80 anni) ma che non ha mai voluto dismettere quell'OM45 che conserva ancora ormai fermo da 30 anni nel capannone.

Ecco questa storia vuole essere un omaggio ad un uomo ed a una vita vissuta in simbiosi con i suoi trattori ed in particolare con quell'OM45 che ancora conserva dopo oltre 50 anni, in attesa, cosi come il suo padrone, di arare altri campi ultraterreni.

Un saluto cordiale a tutti

piSOLO

 

Pisolo grazie per averci fatto conoscere un trattorista della tua zona, Onore a don Gennaro, per la dedizione, la passione e la precisione con la quale ha condotto la sua vita lavorativa, di fronte a certa gente siamo come dei trattorini vicino ad un Caterpillar, possiamo solo guardarli dal basso verso l'alto e portare rispetto.

 

Pisolo visto che conosci un suo nipote, se pensi che sia possibile, fa una cosa e forse non te ne pentirai, don Gennaro vallo a trovare, sicuramente non si ricorerà di te, ma di casa tua si, se se la sentirà vedrai, che una volta fissato il ricordo, comincierà a raccontarti molto più di quello che sai e sarà un piacere per tutti e due.

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..... don Gennaro vallo a trovare, sicuramente non si ricorerà di te, ma di casa tua si, se se la sentirà vedrai, che una volta fissato il ricordo, comincierà a raccontarti molto più di quello che sai e sarà un piacere per tutti e due....

Ci stavo già pensando, infatti quando l'ho visto al balcone ho pensato, chissà se si ricorda, (è stato circa due settimane fa prima di individuare questo argomento dove ho poi raccontato la storia). seguirò il tuo consiglio, devo però prima chiedere al nipote in che condizioni è la sua mente :cheazz:(non vorrei arrecargli danni vista anche l'età)

un saluto cordiale

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Ho dedicato mesi orsono un racconto al trattore rosso che ha sempre accompagnato prima i grossi ora i piccoli lavori di casa nostra.

Lo sottopongo al Vs. giudizio, saluti a tutti, Marco.

 

 

TRATTORI ROSSI

 

 

Gli anni sessanta sono stati gli anni della vera meccanizzazione per la maggioranza degli agricoltori emiliano-romagnoli.

Fino a pochi anni prima trattori, trebbie, motofalciatrici e svariati attrezzi agricoli erano un privilegio di pochi proprietari terrieri e contoterzisti che si occupavano per conto d' altri delle lavorazioni più gravose dei terreni.

In quegli anni la competizione che da sempre esiste tra le persone, e ancora di più in ambito rurale, portava a discussioni bonarie che spesso si prolungavano per giorni in merito a quale marca fosse qualitativamente superiore alle altre.

Naturalmente venivano prese in considerazione esclusivamente le marche italiane Fiat, Lamborghini, Landini, Same, OM e la quasi sconosciuta Carraro, convinti di poter reperire i ricambi più velocemente e a minor costo, in caso di inconvenienti tecnici.

A Dosso (FE), mio paese natale, uno sparuto gruppetto di agricoltori, ovvero mio zio Antonio, mio padre Italo e Saltari Marino, si distinse dagli altri al momento dell'acquisto del trattore per una serie di coincidenze particolari: tutti accomunati dal possedere i terreni quasi confinanti in Ramedello (zona a ridosso dell'argine sinistro del Reno tra i comuni di Sant'Agostino e Cento), tutti decisero spontaneamente di fare l'acquisto in contemporanea agli altri, tutti puntarono sulla marca appena emergente Carraro che proponeva trattori di colore rosso, e per tutti … una valanga di critiche dai colleghi nei dintorni.

Anche mio padre lavorava come contoterzista passando i trattamenti antiparassitari sui frutteti, lavoro certamente odioso per il contadino a causa della pericolosità dei prodotti e quindi più remunerativo, ma anche logorante per i trattori: a quel tempo per svolgere quel tipo di attività, si operava a volte nella golena del Reno pochi giorni dopo il rientro dell'acqua nell'alveo, condizioni proibitive che hanno sicuramente fatto emergere l'unico difetto di questa macchina: per 2 volte perse una ruota anteriore in seguito ai “sobbalzi” dei terreni campagnoli. Per questo posso affermare che dei primi 3 Carraro “dossesi” (in seguito ne arrivarono altri) quello capitato alla mia famiglia fu il più sfortunato.

Alcuni anni dopo, lo stesso inconveniente capitò a Marino, che essendo “un po' carico di suo” e temendo per questo di venire preso in giro per giorni dagli agricoltori locali, non volle dire a nessuno dell'inconveniente.

Sapendo che mio padre conosceva il problema, ci supplicò di sistemargli il trattore; non volendo assolutamente che qualcuno venisse a conoscenza di quanto accadutogli ci convinse all'intervento tecnico in piena campagna; in quelle condizioni tecnicamente non ottimali per un intervento meccanico, ma ben nascosti dagli alberi da frutto, eravamo ben mimetizzati e lontani da occhi indiscreti; questa strategia di intervento lo tranquillizzava: nessuna conseguenza quando, beato come sempre, si fosse presentato agli altri “contados”.

Ricordo che tempo dopo, al bar di Dosso, Nando Corvini dopo aver visto mio padre operare in golena, rese onore al piccolo trattore rosso e indirettamente a mio padre (non si vedevano di buon occhio) dicendo che, a suo avviso e in quelle condizioni, pochi altri agricoltori sarebbero stati in grado di lavorare; prontamente gli fece eco Marino, che si vantò di possedere un mezzo della stessa marca.

Il piccolo trattore rosso è tuttora vivo e vegeto, gli dedico più che volentieri parte del mio poco tempo quando mostra qualche acciacco (è del '66); tanti pomeriggi che in gioventù avrei dovuto impegnare nello studio li ho passati alla sua guida facendo pulizia al frutteto e, a volte, mettendo alla prova le sue e le mie capacità: quando ero solo finivo volontariamente nei fossi, per poi riuscire, a volte con difficoltà, ad uscirne.

Con tutti i mezzi meccanici posseduti ho creato un legame affettivo (sono fatto così e per questo mi è quasi impossibile venderli) ma il legame con il piccolo trattore rosso rimarrà sempre per me indissolubile.

 

 

G. M. 05/2010

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Riporto alla ribalta questo argomento per raccontarvi la storia di un altro personaggio legato alla mia infanzia vissuta nel mondo agricolo con la mia famiglia.

Tullio

Tullio si stabilì nella nostra zona (provincia nord di Napoli) alla fine degli anni cinquanta facendo un poco l'agricoltore, un poco il meccanico e poi il rivenditore di antiparassitari e macchinari per l'irrorazione. Mio padre diceva che era venuto dalla provincia di Ferrara (effettivamente l'accento era Emiliano-Romagnolo) portandosi dietro solo una bicicletta e null'altro. Capelli a spazzola e baffetto hitleriano dall'età indefinibile (poteva avere 20 anni ma anche 40) aveva sempre il sorriso sulle labbra e non si capiva mai quando scherzava e quando faceva sul serio.

Qualcuno diceva che era venuto via dal suo paese d'origine poichè aveva avuto dei "problemi" ma di questi problemi a noi bambini non fu mai concesso di conoscere la natura poichè appena se ne parlava scattava il famoso codice "austin" ben noto a chi ha letto qualche libro dello scrittore Luciano De Crescenzo.

Inizialmente aveva preso in gestione, come mezzadro, un appezzamento di 2 o 3 ettari confinante con i nostri terreni e appartenente ad un latifondista di Salerno, che stante la lontananza aveva quasi abbandonato tale appezzamento in provincia di Napoli. In questo appezzameno Tullio aveva impiantato un frutteto a spalliera di mele di 2 o 3 varietà diverse e tutte sconosciute nella nostra zona dove si coltivavano esclusivamente mele Annurche, oltre alle mele aveva impiantato anche una vigna dove produceva ottima uva da tavola. La vicinanza dei fondi e la sua spiccata propensione all'innovazione in campo agricolo, che destava un certo interesse da parte di tutti i contadini, fecero si che le vicende di Tullio si intrecciassero spesso con quelle della mia famiglia; un episodio in particolare va ricordato per il suo epilogo tragi/comico.

Quando Tullio arrivò nella nostra zona le irrorazioni venivano effettuate con pompe a spalla. Il rifornimento di acqua con gli antiparassitari già miscelati, avveniva mediante una grossa botte di legno posta su una specie di slitta (chiamata straula) trainata dal cavallo. Ovviamente per irrorare i meleti di allora occorreva un impegno di uomini e tempo notevoli e quindi quando Tullio propose la novità tecnologica questa suscitò subito l'interesse di mio padre e dei fratelli.

La novità consisteva in una botte di legno (a occhio sarà stata da 500 o 600 litri) posta su un carrello e trainata dal cavallo dotata di pompa a pressione azionata da un motore a Petrolio. La pompa era dotata di due lunghi tubi in gomma con due lance alle estremità in grado di spargere gli antiparassitari a distanza notevole (almeno rispetto alle portate delle pompe a mano). Questa pompa era stata vista e provata nell'officina di Tullio e il funzionamanto dovette convincere i miei tanto da richiedere una prova in campo.

Mi ricordo il giorno della prova c'erano almeno una trentina di persone tutte incuriosite dal nuovo attrezzo. La botte fu riempita per bene e fu anche miscelato il prodotto da dare al meleto. Appena fu però avviato il motore scoppiettante il povero cavallo abituato al silenzio della campagna si imbizzarrì e si dette alla fuga trascinando con se la botte ed il suo contenuto. Ad un certo punto quella che si presentò fu una scena da film comico poichè il cavallo correva sempre più veloce impaurito dallo scoppiettio del motore a petrolio che gli stava ovviamente sempre dietro, mio padre e gli altri presenti che rincorrevano il cavallo nel tentativo di fermarlo e la scia di acqua puzzolente che traboccava dalla botte. Ovviamente molti alberi investiti da quella furia furono completamente devastati e spogliati dei frutti. La corsa fini solo quando il cavallo si sganciò dal carrello e libero dal suo fardello si allontanò fermandosi quando non sentì più il rumore che lo seguiva. La botte di legno si schiantò contro uno degli alberi distruggendosi e il motore si spense con uno strano rumore ed una fumata bianca che non lasciava presagire nulla di buono.

I commenti successivi non me li ricordo bene ma le bestemmie furono tante:AAAAH:e molti dei presenti andarono via scuotendo la testa per manifestare dìssenso e scetticismo nei confronti della novità. Presumo che per diversi anni abbiano continuato ad usare le pompe a spalla.

Tullio invece non si scompose più di tanto e passato il momento di trambusto si limitò semplicemente a dire a mio padre, con la sua solita ilarità e con il sorriso sempre stampato sulle labbra, " beh.. Totò c'è solo un piccolo problema.. il cavallo non va bene, ci vuole un trattore...!!. Non mi ricordo cosa disse mio padre ma lo mandò di sicuro a quel paese.

Le capacità persuasive di Tullio verso la meccanizzazione agricola diedero però i suoi frutti e quando qualche mese dopo il cavallo si ammalò e doveva essere sostituito con un altro cavallo grazie a Tullio comparve nel cortile della cascina un sametto fiammante ed il primo attrezzo che fu acquistato fu una pompa carrellata azionata dalla presa di forza del trattore naturalmente acquistata da Tullio O0 .

Cordiali saluti

Pisolo

Edited by piSOLO

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Appena tornato dal lavoro questa storiella mi ha fatto ridere non poco ! Grazie per la condivisione, mi ha ricordato tanti incidenti tragicomici come il tuo ! Magari al momento l' arrabbiatura è grossa ma quante risate dopo !

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Trattoristi, 2 - Nelle terre di bonifica, giorno e notte tra fango canne e còre - YouTube Ascoltate questo racconto, i luoghi cambiano ma le storie sono sempre le stesse, mio padre un pò più giovane del narratore dei ricordi di questo video, mi ha raccontatato storie simili, certe cose fanno venire i brividi e oggi invece è tutto un abbandono.

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...molto bella ed emozionante quest'intervista..che tempi che erano quelli..c'era da crescere e ricostruire...voglio provare a leggerne altre....io ho avuto la fortuna di aver ascoltato le storie di mio nonno che era del 1910...ero piccolo ma rimanevo sempre affascinato dai suoi racconti...quelli sulla guerra in Africa poi, neanche nei documentari...non era proprio un trattorista in quanto solo negli anni 60 ha iniziato a comprarne un paio...ma più per i figli...lui era ancora più all'antica...ricordo ancora la sua eleganza anche con le falci e nei lavori manuali..

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